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Blog Aluisi Tosolini

Droga, giovani, adolescenti & scuole

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Le parole del sottosegretario Miur Gabriele Toccafondi – riportate il 30 luglio da La Tecnica della Scuola – hanno il merito di dire, sul tema della diffusione e del consumo di droga tra i giovani – parole di profonda verità.

Certo, è duro da ammettere ma quello che Toccafondi dice non è altro che una precisa istantanea della situazione: “La scuola, di fatto, sta diventando la nuova piazza dello spaccio, docenti e dirigenti sono in prima fila ma occorre un impegno del Miur e del Governo”.

E questo non da oggi o da ieri: da anni. E vale per alcol, fumo, cannabis, farmaci, allucinogeni, eccitanti…

Del resto se, come scrive l’Osservatorio Europeo sulle Droghe nel suo European Druge Report 2017 , un ragazzo italiano su cinque di età tra i 15 e i 34 anni ha fatto uso di cannabis nel corso degli ultimi dodici mesi (percentuale inferiore solo a quella della Francia, che ha registrato il 22,1% di consumo nello stesso intervallo di età), una qualche evidente probabilità che l’ambiente dove i ragazzi passano molta parte del loro tempo sia in qualche modo interessato al fenomeno esiste.

Non si può poi dimenticare che il 31,9% della popolazione adulta in Italia e il 27% degli studenti tra i 15 e i 16 anni dichiarano di aver provato almeno una volta nella loro vita la cannabis e i suoi derivati.

 

Educazione? Repressione? Informazione?

Quando si parla di “droghe & scuola” scatta immediato il dibattito che vede coinvolti i termini educazione / repressione/ informazione quali ingredienti obbligati di un mix dove lo scontro spesso è sulle proporzioni. Della serie: occorre più educazione o più informazione o più repressione? O nulla di tutto ciò?

Il tutto prosegue poi con maggiore concretezza: io, come scuola superiore, debbo allertare la Guardia di finanza o i Carabinieri con i loro cani antidroga affinché ogni tanto facciano un giro nell’edificio oppure devo far finta di niente? E devo chiedere o no una maggiore presenza delle forze dell’ordine nei pressi delle scuole?

Ovviamente ogni scuola ha al proprio attivo significative campagne di informazione sulle conseguenze nefaste delle droghe. Ma, occorrerà pur dirlo prima o poi, l’idea illuministica che l’informazione abbia la forza di promuovere determinati comportamenti ritenuti positivi risulta non solo empiricamente falsa ma spesso è persino contro intuitiva.

Le scuole poi, tutte le scuole, sono altrettanto impegnate in percorsi di educazione/formazione che affrontano il tema delle dipendenze (e non solo quelle dalle droghe o dall’alcol ma anche, ad esempio, da internet, dai social, dai giochi on line, dalle scommesse,….). Ma anche in questo caso occorrerà pur ammettere che l’educazione è una risorsa per definizione debole e senza alcuna garanzia di successo. E, soprattutto, che non basta evocarla taumaturgicamente perché un fenomeno si risolva.

Alla scuola anzi fa un po’ sorridere (per essere gentili…) la propensione della società, dell’opinione pubblica, delle istituzioni e delle famiglie a chiamare in causa la scuola e il suo lavoro educativo quando all’orizzonte si profilano nuove o vecchie minacce. Come se la scuola avesse la bacchetta magica e fosse capace di far quei miracoli che risultano invece impossibili alle famiglie (che spesso neppure tentano di entrare in partita!) e alle altre “agenzie” educative.

 

Che fare?

Dal mio piccolissimo osservatorio credo di poter sintetizzare, senza la pretesa di insegnar nulla a nessuno, alcuni punti chiave:

  1. guarda in faccia la realtà: non fare lo struzzo. E’ inutile far finta che la questione delle dipendenze e della droga non riguardi la scuola. O che riguardi solo alcune categorie di studenti e quindi alcune tipologie di scuole. Partiamo da un dato di fatto: se il 27% dei 16enni dice di aver provato cannabis o suoi derivati vuol semplicemente dire che con tutta probabilità uno studente su quattro del biennio delle superiori è toccato dal fenomeno. Negare l’evidenza è stupido. E non aiuta di certo ad affrontare l’emergenza;
  2. cerca l’alleanza con le famiglie: le scoprirai molto spesso fragili e bisognose esse stesse di sostegno in un percorso di informazione/educazione;
  3. crea un mix di interventi: informazione, educazione, repressione, consulenza psicologica, non sono strumenti in antitesi tra di loro ma possono e devono essere utilizzati assieme in un progetto di intervento integrato. Nella città dove vivo un importante cambiamento di prospettiva si è realizzato in questo anno scolastico grazie all’intervento del Prefetto di Parma e ad una diversa relazione con le Forze dell’Ordine. Il Prefetto, dopo una fase di ascolto delle situazioni delle diverse scuole che hanno descritto le loro problematiche e la loro concreta situazione, ha infatti messo tutto il proprio peso e la propria autorevolezza nel promuovere interventi coordinati da parte delle diverse forze dell’ordine. Ciò ha favorito anche un diverso atteggiamento da parte delle scuole stesse nei confronti di chi ha il compito di perseguire i comportamenti illegali;
  4. il fascino avvincente della cultura: non va poi dimenticato un aspetto che invece spesso è rimosso. A scuola si fa (si dovrebbe fare !) cultura. La scuola è (dovrebbe essere) il luogo nel quale ci si appassiona. All’arte, alla letteratura, alla ricerca scientifica, alla matematica, alla filosofia, alla poesia, alla democrazia…. alla vita.

Ecco… forse – dico forse – appassionarsi alla cultura e alla vita può costituire un buon punto di partenza per non aver bisogno di sballarsi per sentirsi vivo.

La scuola - questa la domanda - è questo luogo?

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Filosofo e pedagogista pone al centro dei suoi interessi l’interazione tra linguaggi digitali, processi educativi e dimensione globale della formazione. Dirigente scolastico, ha insegnato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e all’Università di Parma.