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Blog Anna Maria Bellesia

Il piccolo bonus che tanto gratifica il prof missionario

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Una docente telefona a Il Giornale per chiedere se è giusto tenersi il bonus merito con cui è stata premiata o rifiutarlo secondo la linea suggerita dai rappresentanti sindacali.

La prof sessantenne, sedicente “vecchio stampo”, dice che il bonus attribuitole dalla preside “rappresenta una grande soddisfazione morale, un attestato al mio impegno e alla qualità del mio lavoro per una serie di progetti didattici che ho realizzato per i miei alunni”.

Vi  sembra giusto chiede la prof a Il Giornale- che rinunci al bonus per far contenti i miei colleghi del sindacato?”.

Il bonus che rende questa professoressa tanto orgogliosa e gratificata consiste in circa 200 euro netti percepiti. Il merito di un bravo docente vale dunque l’eccezionale somma di 200-300 euro all’anno. Oggettivamente più offensiva che gratificante.

Pare di capire che le rappresentanze sindacali di quell’istituto abbiano suggerito il rifiuto del bonus in segno di protesta, come avvenuto in molte altre scuole. Una presa di posizione dietro alla quale ci stanno molte motivazioni, ragionate e discusse fra colleghi, ma certo la più strampalata ed improbabile sembra essere quella a favore di un presunto “egualitarismo”, per cui tutti devono avere lo stesso stipendio.

Sul piano sindacale il nodo del contendere è ben altro. Le attività accessorie vengono tutte retribuite, compresi i benemeriti progetti. I compensi però sono oggetto di contrattazione, mentre il bonus premiale viene attribuito discrezionalmente dal dirigente scolastico, con la conseguenza di stimolare meccanismi poco appropriati ad un ambiente come la comunità scolastica, dove il lavoro è finalizzato all’educazione e alla formazione e non alla produttività come in un’azienda.

La prof in questione parla però di “soddisfazione morale” e dichiara di aver scelto e di svolgere il suo lavoro “come missione”. L’equivoco sta tutto qui. La  missione ha a che fare con un’attività che richiede abnegazione e sacrificio, come i missionari di una volta, che andavano in giro per il mondo ad evangelizzare. La retribuzione allora può essere non necessaria, non adeguata o puramente simbolica. Fa lo stesso, perché la soddisfazione non riguarda il piano economico.

Il lavoro del docente non dovrebbe essere considerato una missione, ma “una professione”.

Il “professore” insegna una disciplina, una scienza, un’arte, ed esercita pertanto una professione intellettuale che richiede conoscenza, competenza, una lunga formazione e uno sviluppo continuo. Un ruolo e una funzione che necessitano di retribuzione adeguata, su cui si basa anche il riconoscimento sociale. La crisi della funzione docente oggi riguarda proprio questi aspetti, tendenti all’eccessivo ribasso.

Il sistema dovrebbe pretendere che i docenti siano dei bravi professionisti, né semplici impiegati, né vocati missionari, e dare loro la retribuzione che meritano. Il bonus–mancetta al contrario è ridicolo e umiliante. Non contribuisce alla valorizzazione professionale, né al riconoscimento sociale. È un bluff per far credere all’opinione pubblica che la politica voglia fare una Buona Scuola.

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Docente di materie letterarie nella scuola secondaria di II grado e giornalista pubblicista. Laureata in storia moderna con pubblicazioni storiografiche, si interessa di politica scolastica, ambiente, arte. Dal 2007 collabora con La Tecnica della Scuola.