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Blog Gianluca Rapisarda

Inclusione reale o del Paese dei balocchi?

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Secondo i risultati di un’indagine comparativa internazionale OCSE-PISA forniti qualche settimana fa, la scuola italiana “vince il confronto” tra i 21 Paesi oggetto della ricerca relativamente al livello di equità dei diversi sistemi educativi: la nostra scuola funziona meglio delle altre, in particolare per quanto riguarda l’inclusione dei ragazzi delle scuole superiori provenienti da famiglie con una condizione socialmente svantaggiata.

Immediati i commenti positivi dell’ex premier Renzi e della ministra dell’istruzione Fedeli, e perfino quelli delle opposizioni.

Effettivamente, i recenti “prestigiosi” riconoscimenti tributati al nostro sistema educativo dalla suddetta indagine OCSE-PISA e dall’iniziativa internazionale Zero Project del Febbraio dell’anno scorso, che ci premiano per la nostra “avanzata ed esemplare” legislazione “inclusiva”, sembrerebbero suggerirci che tutto è perfetto.

Invece, nell’Italia “reale” in cui noi disabili viviamo, le nostre “belle” leggi sono spesso eluse ed ignorate ed il processo di inclusione pare ancora lontano da realizzare.

Tant’è vero che, a proposito dell’inclusione scolastica, gli esperti dell’ONU, incaricati di esaminare il Report italiano sull’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 2006, hanno scritto il 25 Agosto del 2016: «Tuttavia è necessario ancora fare un cambio di paradigma, in modo che le persone con disabilità siano considerate come persone uguali nella società e non un peso o qualcuno che drena risorse del welfare state».

Tutto ciò, soprattutto con riferimento al “lusinghiero” risultato della ricerca OCSE-PISA, mi fa sorgere spontanea una “triste” domanda: “Ma i ricercatori Ocse di quale scuola hanno esaminato il livello di inclusione? Di quella italiana o di quella del “Paese di Bengodi”?

Gli alunni/studenti con disabilità che oggi frequentano la scuola italiana sono circa 235000 (il 40% in più rispetto al 2001). Di essi, il 95,7% è affetto da disabilità intellettiva, l’1,6% da disabilità visiva ed il 2,7% da sordità.

Contrariamente ai convincenti dati della rilevazione dell’Ocse sullo stato di “inclusività del nostro sistema formativo, l’esperienza di questi ultimi quarant’anni, le testimonianze dirette dei genitori dei nostri ragazzi e “nostre” ricerche scientifiche evidenziano le seguenti principali lacune dell’attuale modello:

la scarsa formazione specifica dei docenti specializzati;

l’inadeguata formazione generalizzata di tutto il personale scolastico sulle tematiche relative alla Didattica inclusiva ed alla Pedagogia speciale;

la delega al solo docente di sostegno degli alunni con disabilità.

Oggi, i docenti per il sostegno del nostro Paese sono 120000 (1 ogni due alunni con disabilità).

Circa il 40% di essi non è abilitato ed ha incarichi precari “in deroga”.

Infatti, a causa di “aberranti” cicliche circolari del MIUR, che rispondono solo a logiche “corporative” e non certo ai reali bisogni educativi dei nostri ragazzi, il Ministero, in questi anni, ha dato la possibilità, in caso di esaurimento delle graduatorie dei docenti specializzati, di coprire i posti sul sostegno ad insegnanti non abilitati iscritti nelle “graduatorie di Circolo e di Istituto, od a quelli di “classi di concorso in esubero” o che sono in “assegnazione provvisoria”.

Come si può facilmente comprendere, ciò non depone a favore della qualità del processo, costringendo circa l’8% (scuola primaria) e il 5% (scuola secondaria) delle famiglie italiane a “ricorrere” all’autorità giudiziaria per ottenere i loro diritti.

Per non parlare della pericolosa china del nostro modello di inclusione scolastica verso il perverso meccanismo della “delega” al solo docente di sostegno (considerato ormai erroneamente come l’”unica” risorsa a disposizione, a prescindere dalle sue competenze specifiche) dell’alunno disabile.

A parere di chi scrive, essa è dovuta prevalentemente all’inadeguatezza ed insufficienza del “contesto”

In mancanza di altri tipi di sostegno e di servizi alternativi di supporto, pertanto, il MIUR ha dato “centralità” solo al docente di sostegno quale garante del processo di inclusione, senza però averne migliorato la qualità.

E tuttavia, la quotidiana pratica didattica ci dice che l’equazione “più ore di sostegno uguale più qualità dell’inclusione non funziona affatto. Ciò viene dimostrato dai dati in nostro possesso che confermano un aumento delle ore medie settimanali del sostegno didattico dalle 15 degli scorsi decenni alle attuali 17,7 , più ulteriori 10 ore assegnate dagli Enti Locali agli “assistenti”, senza che ciò abbia cambiato di fatto le cose.

Lo stipendio medio di un docente di sostegno si aggira intorno a 1650 Euro. Dunque, conti alla mano, lo Stato italiano spende per il sostegno circa 2 miliardi e mezzo di Euro all’anno.

Con queste cifre, ci si aspetterebbe francamente molto di più.

E’ questo il livello “eccellente” dell’inclusività della scuola del nostro Paese tanto “decantato” dall’indagine Ocse di cui sopra?

La cosa più deludente è che, purtroppo, neppure la tanto “celebrata” neonata Riforma del sostegno, approvata in Consiglio dei Ministri Venerdì scorso, muterà tale grave stato di cose.

E tutto questo, con buona pace di un proficuo processo di inclusione degli allievi disabili italiani.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti:

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Docente di storia e filosofia di un liceo scientifico, da non vedente, è stato presidente dell’Istituto  per ciechi di Catania ed è direttore scientifico dell’Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione dell’Uici. Si interessa di pedagogia speciale e di didattica inclusiva e scrive per diverse riviste e portali sulla disabilità