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28° della strage di Capaci: il covid19 blocca anche la nave della legalità

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Il covid19 è riuscito  a bloccare pure la “Nave della legalità” che ogni anno, per commemorare la strage di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992, nella quale rimasero uccisi il giudice Giovanni Falcone, i tre uomini della scorta e la moglie,  ha portato a Palermo migliaia di studenti come segnale di lotta alla mafia e di ribellione nei confronti di una organizzazione criminale che attraverso efferatezze impone il suo dominio in troppe parti del  mondo e non solo sull’Isola. Un simbolo, quella nave carica di giovani studenti coi loro insegnanti, di fiducia nella legalità col messaggio lanciato alle istituzioni e agli uomini liberi che solo la cultura e la conoscenza possono sconfiggere la mafia coi suoi tentacoli velenosi.

Quella nave è ora un ospedale per contagiati di covid19

Quella nave fra l’altro attualmente è un ospedale per pazienti affetti dal virus mentre a Palermo, nonostante tutto, i colorati e rumorosi cortei saranno sostituiti da lenzuola bianche appese a balconi e finestre, non trascurando l’”Albero Falcone” sul cui tronco continueranno a essere lasciati messaggi pin ricordo del giudice.

Commemorazioni in streaming e in Tv

Quest’anno dunque le commemorazioni di quel lontano, ma sempre vicino nella mente, 23 maggio, avverranno con la deposizione di una corona di fiori presso il reparto scorte della Caserma Lungaro di Palermo, a cui prenderà parte Tina Montinaro, moglie di Antonio, il capo scorta del giudice Falcone.
Ma ci sarà pure  il tradizionale momento del “Silenzio” sotto l’Albero Falcone, suonato da un trombettista della Polizia di Stato, mentre Mi e la Fondazione Falcone si sono incaricati di raccontare attraverso gli hashtag #23maggio2020, #PalermoChiamaItalia #FondazioneFalcone e #ilcoraggiodiognigiorno tutti gli eventi che vedono gli interventi di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza.

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I misteri e i luoghi bui anche  dopo 28 anni

Tuttavia è bene pure ricordare che a 28 anni di distanza da quella strage, a cui seguì l’attentato di via D’Amelio nel quale morirono Paolo Borsellino e la sua scorta, molti misteri e luoghi bui rimangono, come se lo Stato e le sue Istituzioni fossero incapaci di fare piena luce sulle efferatezze della mafia, insinuando il sospetto che corpi virulenti al loro interno abbiano la forza di inceppare il meccanismo della giustizia per fare piena luce nelle ombre.

Di Matteo: Falcone lasciato solo

E a questo proposito riportiamo l’intervento del consigliere Nino Di Matteo, ex pm antimafiae per  anni in prima linea nella lotta a Cosa nostra: «Memoria significa anche conoscenza e consapevolezza di un dato di fatto incontestabile: Falcone, prima di essere ucciso dal tritolo mafioso, venne più volte delegittimato, umiliato e così di fatto isolato anche da una parte rilevante della Magistratura e del Consiglio Superiore. E questo in ragione non solo di meschini sentimenti di invidia ma, ancor di più, di patologiche trame di potere connesse a fenomeni ancora attuali di collateralismo politico e di evidente degenerazione del sistema correntizio». Anche per questo , ha osservato Di Matteo, «oggi questa istituzione Consiliare deve finalmente reagire, dimostrarsi in grado di sapersi mettere per sempre alle spalle pagine oscure, anche recenti, della sua storia».


«Dobbiamo essere coerenti e non ipocriti ricordando Falcone. Quella di Giovanni Falcone – ha continuato Di Matteo-  fu una storia di solitudine, di sconfitte, di tradimenti subiti dentro e fuori la magistratura. Dovette difendersi dal Csm. Venne isolato, calunniato, accusato di costruire teoremi, mentre svelava i rapporti tra cosa nostra ed il potere».

La Superprocura di Roma

“A Palermo ho edificato una stanza, una bella stanza. Ma è a Roma che devo andare se voglio costruire un palazzo”, spiegò ai giornalisti Francesco La Licata e Saverio Lodato che nel 1991 gli chiesero i motivi della sua partenza per Roma alla Superprocura, cioè la procura nazionale Antimafia, l’ufficio centrale di coordinamento di tutte le indagini sulla criminalità organizzata ideato da Falcone nel periodo in via Arenula. E oggi proprio il giornalista Saverio Lodato dice: “Giovanni Falcone aveva capito che il suo destino era segnato dopo l’attentato all’Addaura”.

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