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Aids, trent’anni fa la prima epidemia: rimane bassa la soglia di percezione del rischio

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Esattamente trent’anni fa, il 5 giugno 1981 la scena internazionale veniva travolta dalla prima epidemia di Aids: negli Stati Uniti il Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta (Centro per il monitoraggio e la prevenzione delle malattie) identificò un’epidemia di pneumocistosi polmonare in alcuni omosessuali di Los Angeles. Da allora la nuova malattia, poi ribattezzata come ‘Sindrome da immuno-deficienza acquisita’ (Acquired Immune Deficiency Syndrome, Aids), dovuta a un’infezione per il famigerato virus Hiv, ha causato la morte di almeno 25 milioni di persone in tutto il mondo. Nella prevenzione, nella cura e soprattutto nella ricerca di un vaccino sono stati fatti grandissimi passi in avanti, ma si è ancora lontani dallo sconfiggere l’epidemia: secondo il Global Report 2010 dell’Unaids, nel 2009 le persone affette da Hiv nel mondo erano 33,3 milioni e rispetto al 2001 si registravano aumenti in Medio Oriente e Nord Africa, Africa orientale, Oceania, Europa orientale e Asia centrale e Nord America.
In Italia rispetto a venti anni fa è diminuito il numero di persone infettate (circa 4.000 all`anno) e grazie ai progressi delle nuove terapie antiretrovirali è aumentato quello delle persone sieropositive viventi: il Centro operativo Aids dell`Istituto superiore di sanità stima che nel nostro paese siano 150.000  le persone con Hiv e circa 22.000 quelle affette da Aids, ma il dato allarmante è che circa un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto.
“Quando negli Usa vennero segnalati i primi casi di Aids, in molti non credevano che si trattasse di una nuova emergenza ed effettivamente passarono alcuni mesi prima che venissero identificati i primi casi in Italia: eravamo nel 1982 e si trattava di persone che avevano viaggiato, soprattutto negli Stati Uniti. Solo dopo si scoprì che il virus da Hiv che causa l’Aids era presente fin dagli anni Trenta del secolo scorso in Africa e poi si è diffuso nei Caraibi e negli Usa”, ha spiegato Giovanni Rezza, in passato a capo del Centro operativo antiAids dell’Istituto superiore di sanità, ora direttore del Dipartimento di Epidemiologia dell’Iss.
“In Italia – continua Rezza – si è verificato un aumento del numero dei casi piuttosto deciso dal 1984, con oltre 14.000 nuovi casi l’anno: allora l’infezione si era molto diffusa tra i tossicodipendenti che di fatto hanno sostenuto l’epidemia nella sua prima fase. Il picco massimo c’è stato nel 1995, con oltre 5.500 casi. A metà del 1996, grazie alle nuove terapie abbiamo assistito a un rapido declino del numero dei nuovi casi, anche se gli effetti della prevenzione si sarebbero invece visti molto più a lungo termine. Negli ultimi anni le nuove infezioni sono declinate lentamente, fino a 3-4.000 nuovi casi l’anno”.
Meno casi, quindi, ma attenzione sempre alta, perchè da una parte si registra “un fenomeno rilevante di cambiamento delle persone con l’Hiv (prima erano soprattutto giovani, tossicodipendenti e italiani; ora sono 35/40enni, la trasmissione sessuale è preponderante e uno su tre non è italiano)”. Dall’altra nella società c’è una “bassa soglia di percezione del rischio: il 60% dei sieropositivi non sapeva di esserlo prima della diagnosi di Aids per non aver fatto il test. Inoltre – ribadisce Rezza – il 20-30% delle persone sieropositive non sa di esserlo: si tratta di più di 35.000 persone, anche se sono stime da prendere con molta cautela”.
Soprattutto nell’ultimo periodo, in Italia è stato fatto molto sul trattamento dei malati, l’accesso alle cure e il trattamento universale è ormai accessibile e gratuito, tant’è che il numero dei nuovi casi di malattia conclamata continua lentamente a diminuire. Rimane il problema della prevenzione. Soprattutto nella delicata fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta
: un periodo durante il quale la grande maggioranza dei giovani frequenta ancora la scuola. La quale, hanno ribadito le associazioni negli ultimi tempi, avrebbe il dovere di dare il suo contributo, al pari delle altre “agenzie” formative, per tenere informati e protetti i tanti i giovani che ancora non hanno compreso fino in fondo a cosa possono andare incontro assumendo comportamenti a rischio.
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