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Alunna bendata, si torni al valore educativo e formativo della valutazione

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Continua a tenere banco la vicenda della benda imposta ad una ragazza veronese durante una interrogazione a distanza.
Sui giornali e sui social l’accaduto viene rilanciato con nuovi episodi, compresi i suggerimenti dei vari “trucchi” adottati dagli studenti e le contromosse degli insegnanti.

Credo, perciò, sia arrivato il momento di riprendere la via maestra, quella cioè di una considerazione della valutazione che faccia emergere il suo valore educativo e formativo, rispetto a quello, a volte esagerato, di verifica di una prova, ridotta a mera performance o a riscontro puramente nozionistico.
La prima cosa da sottolineare è l’urgenza di riprendere il cammino della reciproca responsabilità, in un dialogo franco, ma che sia dialogo.
Perché la valutazione è parte fondamentale dell’insegnamento ma prima ancora dell’apprendimento, cioè dei versanti, per i docenti e per gli studenti, centrali della vita di scuola.
Se è parte fondamentale, non è però il tutto.

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Rispetto allo scorso anno, quando di decise di promuovere tutti, per mancanza di una copertura normativa certa, col timore quindi di ricorsi, quest’anno la valutazione finale, negli scrutini, riprenderà il suo corso naturale. Ma con tutte le avvertenze che è facile immaginare, vista la situazione.
Nonostante lo stop and go, le criticità che conosciamo, insegnare davanti ad uno schermo è stato ed è comunque insegnare.
La formazione e la scuola, cioè, sono parti della realtà che devono adattarsi alle situazioni, a volte controvento, altre meno, ma l’adattamento non comporta il venir meno dei suoi “fondamentali”, compresa dunque la valutazione.

È una lezione nella lezione, perché lezione di vita, mi verrebbe da aggiungere. Per cui certe continue lamentazioni, alla fin fine, sono esagerate, mentre sta alla responsabilità di ciascuno fare del proprio meglio.
L’ingenuità della bendatura della ragazza 15enne veronese, come di tanti altri casi, non deve portare alla retorica della “generazione Covid”, ma produrre forme di attenzione e di dialogo aperto, perché la finalità della scuola non venga mai meno. Una finalità che guarda alla vita, attraverso però le alcune finestre fatte di conoscenze, di studio critico, di comportamenti chiari.

È per tale ragione che non deve mai venire meno che la finalità prima di una valutazione è sempre l’autovalutazione in itinere, anche se restano, negli scrutini di giugno, le “crune dell’ago” dei risultati da sintetizzare.
Per cui, se per gli studenti la valutazione è l’imprescindibile cruna dell’ago, per i valutatori degli studenti, come sistema scuola e come professionalità, rimane il compito di una attenzione doppia per quella formatività della valutazione che non può mai ridursi alla media algebrica delle varie prestazioni. In un contesto di comune fiducia, che non deve mai venire meno, nonostante i dubbi ed i sospetti che, in presenza o a distanza, possono esserci sui vari “trucchetti” che, da sempre, fanno parte della vita della scuola.

Nel dialogo continuo deve, cioè, sempre rimanere sullo sfondo il quadro dei reali profili di apprendimento, che diano ragione e, nello stesso tempo, consentano lo sviluppo della capacità di imparare anche, o soprattutto, dai propri errori, oltre che dalla circolarità della relazione educativa di classe, oggi sacrificata nella didattica a distanza.
Una valutazione formativa, dunque, al di là delle simbolizzazioni.
Per essere ancora più incisivi, ai fini della persuasività anche della correttezza etica, è sempre cosa buona chiarire il concetto di competenza nella via dell’apprendimento, intesa come punta di iceberg, cioè la parte osservabile e quindi valutabile (pensiamo alle prove standardizzate e non, oppure le prove di competenza specifica), ma sapendo che c’è soprattutto la parte non osservabile, sulla quale noi possiamo fare affidamento per l’atto di insegnamento.

Nella valutazione complessiva di fine anno, ad esempio, sappiamo che la sommatività dei numeri e dei livelli non può essere l’unica risorsa di una valutazione formativa.
Diventa quindi necessario, per intendere e per farsi intendere, chiarire bene la rubrica valutativa, perchè sia leggibile il percorso e quindi renderlo foriero di autovalutazione in positivo.
In altri termini, non contano solo le prestazioni, ma, prima ancora, imprescindibili sono i processi, capaci di dire il valore aggiunto e la direzione qualitativa, e non solo quantitativa, dell’apprendimento.

Le rubriche di competenza, pertanto, non si fermano, come le rubriche di prestazione, alla singola prova, perchè puntano a cogliere il progress, pur sapendo che, a fine quadrimestre o a fine anno, una valutazione comunque dovrà essere assegnata.
Per cogliere il progress vanno perciò adottati diversi strumenti per raccogliere dati o informazioni sull’apprendimento, oltre le prove di verifica o i test. In altri termini, le prove di verifica ed i test sono necessari, ma non sufficienti.
A fine quadrimestre e a fine anno scolastico ogni docente è chiamato a fare sintesi, per proporre al consiglio di classe una valutazione intermedia e finale.

Il percorso di sintesi, quindi, è un atto obbligato, ma è noto che non possa corrispondere in automatico alla pura media delle singole valutazioni. Proprio per l’attenzione allo studente e al suo percorso.
La valutazione, dunque, non è un algoritmo, come vediamo dal registro elettronico, ma un “apprezzamento”, come lo chiama Mario Castoldi.
Per dare sostanza a questo ”apprezzamento” due sono le tipologie di rubrica di competenza: la prima, sulle competenze chiave; la seconda, sulla valutazione disciplinare.

Con una avvertenza, derivante dall’esperienza personale: le rubriche, come conferma anche Castoldi, non possono diventare le pezze giustificative, a posteriori, delle stesse valutazioni, né il supporto strumentale alle logiche di misurazione standard.
Le rubriche sono invece dei punti di riferimento, qualificati a rispondere alla domanda sul percorso di crescita degli studenti.
Attenzione, dunque, ai processi e ai contesti (motivazionali e sociali), prima che ai risultati, processi capaci di mettere in gioco le diverse conoscenze, anche le diverse discipline. E’ questa la chiave di accesso per capire al volo il cammino dell’apprendimento secondo la chiave delle competenze, oltre gli stessi riscontri sulle conoscenze e sulle abilità.
Con una battuta finale, valutando i docenti-valutatori si fanno valutare.

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