Home Attualità Anche i docenti del Liceo “Mamiani” protestano (e i media li ignorano)

Anche i docenti del Liceo “Mamiani” protestano (e i media li ignorano)

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Dopo il “Virgilio”, il “Mamiani” è il secondo storico Liceo della Capitale a dir la propria sulla politica scolastica “emergenziale” del Governo. Il 30 giugno scorso circa 60 insegnanti del Liceo (maggioranza assoluta) hanno fatto propria la lettera proposta da una di loro in Collegio dei Docenti: ove si afferma che la Scuola italiana è vittima di tagli e «di una totale mancanza di visione, di cui è prova la debolezza della posizione dei ministri che si sono succeduti».

Perciò bisogna occuparsi della Scuola Pubblica, «su cui da troppo tempo pesa il disinteresse tipico dei paesi sottosviluppati». Anche perché «la lentezza delle decisioni, la affannosa corsa sempre in ritardo, il silenzio colpevole di tutta la società civile (…) hanno confermato che la scuola in Italia non è una questione centrale, mentre secondo la nostra Carta costituzionale dovrebbe essere il primo strumento in cui si costruiscono libertà, dignità e uguaglianza tra cittadini. Di tale uguaglianza è garante e responsabile il governo», cui spetta «la tutela dei diritti costituzionali».

 

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La Scuola è tale se in presenza

Netta la posizione dei docenti rispetto alla “DaD”: la Scuola è luogo d’incontro fisico, in cui «si diviene donne e uomini cittadini. È un luogo separato dalla casa e dalla famiglia, dove si cancellano le disuguaglianze e si cresce» confrontandosi. «La lezione non è un contenuto, ma un’interazione di sguardi, emozioni, voci (…), è una linfa vitale che passa necessariamente attraverso corpi e spazi condivisi. Per questo e per tanto altro la scuola a distanza può essere solo un palliativo necessario nella fase della prima emergenza più acuta, essa non elimina le disuguaglianze sociali e culturali, (…) come sa bene chi l’ha scrupolosamente praticata in questi mesi».

La Scuola di Stato (l’unica che possa a buon diritto definirsi “pubblica”) non è, secondo i docenti del Mamiani, «un parcheggio per lasciare minori altrimenti incustoditi o un inutile dovere, ma un diritto fondamentale per il futuro dei nostri giovani», nonché «organo costituzionale e fondante di un paese civile».

 

Le classi prime siano di 18/20 alunni

Seguono le proposte concrete dei docenti per la riapertura, tra le quali: formare «tutte le prime classi di ogni ordine e grado abbassando il numero degli studenti a 18/20»; eliminare «tutti gli accorpamenti delle classi intermedie già decisi»; «svolgere in parallelo differenti attività didattiche interscambiabili e non attività alternative, in modo da preservare l’unità effettiva del gruppo-classe»; stanziare risorse anche per il digitale, creando però «una piattaforma ministeriale efficiente» (onde non cedere la Scuola italiana a multinazionali estere e a privati).

 

Lettera inviata ai giornali, e dai giornali ignorata

Un documento forte, inviato ai giornali: ma sulla stampa italiana, di tutto ciò, nessuna traccia. Solo The Post Internazionale lo pubblica, senza commento alcuno.

Un silenzio sulla Scuola non casuale. Di Scuola parlano tutti, ma a nessuno interessa cosa ne pensano gli insegnanti. Un po’ come ignorare gli ingegneri per costruire un ponte!

È ora quindi, forse, che chi insegna alzi la voce per farsi sentire. Anzi, che prima si convinca di averne il diritto; o meglio, il dovere. Quello del docente non è mestiere da svolgersi solo per il magro stipendio che si riceve (insufficiente persino per il “quieto sopravvivere” cui molti docenti, dopo la fatica delle lezioni, aspirerebbero). Chi insegna deve difendere la qualità del proprio insegnamento: qualità proporzionale ai mezzi forniti dallo Stato, e soprattutto alla libertà di scelta e azione didattica che lo Stato deve garantire. In classi di 30 alunni (laddove il numero ideale sarebbe di 15-20), inutile parlare di LIM, di “strategie di recupero”, di “individualizzazione dell’insegnamento”, di tecniche didattiche dagli altisonanti nomi anglofoni: la qualità della didattica peggiora al crescere del superlavoro imposto al docente. Punto.

Ma questo lo sa il docente con 30 anni di lavoro alle spalle; non il solone di turno, né l’”esperto” di questa o quella “task force”.

 

Se si continua a non interpellare i docenti

Ecco perché di Scuola devono parlare i docenti. E pretendere di essere ascoltati. La Scuola migliora se sono i docenti a costruirla e a viverla al meglio.

Eppure negli ultimi 30 anni non si è forse andati in direzione opposta? E nella direzione opposta non perseverano forse persino quei politici “5 Stelle” che ai docenti avevano promesso mari e monti (sulla scia dei “partitocrati” che mandavano a quel paese), mentre ora osannano i poteri dei Dirigenti chiamandoli “comandanti della nave”?

Ed è forse possibile stare in mezzo e non prendere posizione? «O nella corte dei nuovi padroni o all’opposizione: chi sta in mezzo non è indipendente, non è disinteressato», scrisse Piero Gobetti nel 1924. Ciò non varrebbe forse anche per quegli eventuali Sindacati che, un domani, lasciassero imporre la “DaD introducendola nel CCNL?

 

Anche il Liceo “Enriques” di Livorno si pronuncia

Anche altre Scuole, intanto, si muovono. Lo hanno fatto i docenti del Liceo “Enriques” di Livorno con una raccolta di firme online contro la “DaD” ora aperta anche a chi docente non è.

Se i docenti vogliono salvare se stessi e la Scuola, non devono forse moltiplicare iniziative del genere e tornare a farsi sentire, in tutti i modi possibili? O è meglio aspettare improbabili salvatori?

 

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