Home Personale Bertagna: il Recovery per l’istruzione? Un fallimento

Bertagna: il Recovery per l’istruzione? Un fallimento

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Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, presentato al Consiglio dei ministri del 12 gennaio 2021? Solo scenografia. A dirlo, in un intervento sul Sussidiario.it, il prof Giuseppe Bertagna, docente universitario nonché consulente della già ministra Moratti e  presidente, all’epoca, della commissione incaricata per elaborare le “Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati”. 

E aggiunge: “ 50 anni di studi e ricerche rigorose, ancorché di differente provenienza culturale, sui problemi della nostra scuola” buttati al vento.

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Ma cosa si trova nel testo del 12 gennaio scorso? “Soltanto una strategia chiarissima ancorché nascosta sotto nuvole di fraseggi evasivi: fare tanto fumo per non cambiare di una virgola l’arrosto che le consorterie amministrativo-sindacali ci stanno cucinando in modi diversi, ma sempre con gli stessi ingredienti da decenni”. 

In compenso però “troviamo le solite generose mance a pioggia distribuite a debito sulla pelle di figli e nipoti per oliare un po’ meglio i severi custodi dell’ordine costituito e per guadagnare al sistema scolastico che abbiamo ulteriore consenso non solo, per usare la terminologia marxista, a livello di struttura, ma anche, e ancora di più, di sovrastruttura. Scoraggiante”. 

Infatti “il Piano non prefigura una nuova formazione degli insegnanti”, ma ammannisce “la solita minestra riscaldata. Si parla, ad esempio, di lauree professionalizzanti, ma non esiste la proposta di una laurea magistrale professionalizzante (cioè abilitante) per l’insegnamento. Si parla, ancora, di aggiornamento permanente, ma, pur di mantenerlo nella greppia clientelare che l’ha sempre finora governato, ci si dimentica di legarlo a doppia mandata ad una relazione costante, sistematica e coevolutiva tra scuola e università proprio in vista delle lauree abilitanti all’insegnamento. Si parla di favorire il ringiovanimento della Pa e l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ma ci si guarda bene dal ricordare che proprio chi vuol diventare docente deve oggi sottostare ad una formazione iniziale ancora ferma ai paradigmi del peggior fordismo culturale novecentesco che crea insegnanti in serie già fuori mercato”. 

Farraginoso anche  il sistema di reclutamento “che serve magnificamente da 75 anni per eternare il precariato e per permettere ai potenti di turno elettorale di ottriare la grazia dell’entrata nei ruoli ben oltre la media di 43 anni. Come se lo spettacolo indecoroso allestito sempre quest’anno a sintesi di una proliferante, pluridecennale teratomorfia condita di concorsi non fatti, concorsi riservati, sfacciate ope legis, profluvio di precariato, docenti di sostegno raccattati tra chiunque e dovunque non fosse mai esistito”.

Accuse pesanti che riguardano pure  il “superamento della rigida organizzazione militare degli studenti per classi e sezioni; niente superamento di un organico dei docenti ancora predisposto come nel secolo scorso, cioè fatto apposta per adattare a sé gli studenti, non per assicurare, come servirebbe, il contrario; niente superamento della storica gerarchizzazione socio-educativa e culturale esistente tra licei, istituti tecnici, istituti professionali; niente quindi ridisegno della distribuzione territoriale di questi percorsi”. Niente “ristrutturazione dell’edilizia scolastica nella direzione di garantire agli studenti una personalizzazione maggiore degli ambienti, dei percorsi, delle esperienze di apprendimento, delle relazioni con i docenti; niente infine concezione integrata tra tempo scuola e tempo extra-scuola non solo sociale (iniziative formative, culturali e sociali del territorio, impiego di musei, auditorium musicali, teatri, cinema, centri sportivi, piscine eccetera), ma anche professionale (esperienze mirate di stage, laboratori, centri di ricerca e lavoro in imprese e servizi). La logica rimane sempre quella di una scuola claustrale e autosufficiente”.

E ancora. Ferma al secolo scorso “la concezione del tempo pieno per le scuole del primo ciclo di istruzione;  niente scelte strategiche anche sugli Its. 

Solo nella “digitalizzazione c’è in verità molto. È un bene. Era ora. È dal 2001 che si doveva cominciare. Meglio tardi che mai”, anche se il “digitale non ha niente da spartire, ad esempio, con la Dad che è stata taumaturgicamente ammannita in questi tremendi due anni”.

L’ultima annotazione riguarda “la scuola del cittadino” che si realizza “Puntando su uomini ben formati, con la testa ben fatta e attenti alla crescita integrale di sé si potranno ottenere anche cittadini di qualsiasi parte del mondo molto più razionali, liberi e responsabili. Quindi deve essere la personalizzazione il fulcro su cui dovrebbero ruotare tutte le iniziative di un Recovery Plan degno del terzo millennio”.

E conclude: “Ma forse, per citare il Tolkien, solo una classe dirigente che abbia letto e ruminato nella mente e nel cuore più fiabe durante la crescita, sarebbe in grado di immaginare e compiere scelte più belle, buone e vere e non solo più utili per i voti da esprimere alle prossime elezioni”.