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Bisogna permettere alla scuola di ritrovare il senso della sua funzione nella società

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La nostra, com’è noto, è una scuola che ha perduto il senso di sé e della sua funzione nella vita degli individui e nella società. E non vi sarà limite alla caduta, finché non si darà il via ad una radicale rifondazione dell’idea stessa di “scuola”, come prima e fondamentale agenzia educativa intenzionalmente rivolta alla formazione della persona, nelle categorie dell’istruzione e dell’educazione, e dell’educazione attraverso l’istruzione, cioè della cultura.

Educare significa accompagnare e condurre il bambino/preadolescente/adolescente, affinché cresca sviluppando le proprie doti e risolvendo le proprie difficoltà. La scuola radica il senso stesso del suo essere nella costruzione del sapere, come esperienza dell’umano e del bello, come riflessione sulla gioia e sul dolore, come raggiungimento delle comprensioni sulla storia e sul mondo. Ed ha altre e più specifiche radici nelle indicazioni di comportamenti utili alla salvaguardia di diritti propri e altrui, ma utili ad individuare l’adempimento dei doveri indispensabili alla propria crescita e alla vita.

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Questo quadro ideale, però, presuppone che il bambino viva, fin dagli inizi della propria esistenza, un’esperienza di educazione in cui l’amore si sostanzia di regole e di ritmi: il tempo per mangiare, il tempo per dormire, il tempo per il gioco e il tempo per l’impegno e per la fatica. Perché il bambino felice è il bambino che fa il bambino, non il principe, non il prevaricatore dei suoi genitori prima e dei suoi insegnanti e i dei suoi compagni poi.

La crisi che vivono, oggi, le più giovani generazioni, si sa, è la crisi degli adulti che oggi sono genitori. Accecati da sensi di colpa derivanti dalla percezione della loro inadeguatezza, alcuni genitori confondono l’amore con la quantità di cose di cui circondano la loro creatura. Creatura che non può che crescere nell’aspettativa dell’avere di più, e con la rabbia del non poter avere abbastanza, in quantità necessaria a reggere le inevitabili frustrazioni, con l’incapacità di accettare i “no” che costituiscono l’altra – inevitabile quanto indispensabile – faccia dell’amore parentale.

Per quanto riguarda la scuola di oggi, essa si dibatte nel tentativo di districarsi fra la realtà quotidiana fatta di contingenze e necessità e i vincoli di leggi inadeguate in materia di diritti e doveri di studentesse e studenti, autonomia e regolamenti di disciplina. Dal 1997 in poi, seppur con diversi cambi di rotta di norme che integrano ma non annullano mai, di fatto, le norme precedenti, colpisce, nella formulazione di quelli che dovrebbero essere i doveri di studentesse e studenti, il minimalismo delle enunciazioni, quasi si dovesse usare toni sommessi per chiedere ai giovani di fare ciò che, in fondo, è loro stesso inetresse, per la qualità della propria vita e del proprio futuro. Colpisce il democraticismo quando si richiede agli studenti un rispetto, nei confronti del capo d’istituto, dei docenti, del personale della scuola e dei compagni, eguale a quello che si vorrebbe per sé stessi, annullando il senso della rispetto gerarchico nell’egualitarismo. Come se non fosse noto a tutti che alcuni adolescenti hanno poco rispetto per sé stessi e applicano lo stesso parametro sia al prossimo che al superiore. Appare troppo spesso generica la proposizione del concetto di “dovere”, quasi che parlare espressamente di obblighi di studio e di impegno, di obbligo nella preparazione delle verifiche, di obbligo di compiti a casa, fosse fuori luogo. E si perde, spesso, l’occasione per chiarire l’illeicità di comportamenti scorretti se non, a volte, ai limiti stessi dell’illegalità, come il consumo di alcool, fumo e droghe in pubblico, l’occupazione abusiva di edifici pubblici, scioperi e manifestazioni in orari di lezione.

Il criterio sotteso è che spetti alla parte “sana” della società e della scuola metabolizzare i danni provenienti dai soggetti devianti, senza ritenere che costoro debbano effettivamente essere responsabilizzati sulle conseguenze delle loro azioni e sul connesso obbligo del risarcimento, se non altro in termini di assunzione cosciente e consapevole delle proprie responsabilità. La scuola è spesso soggiogata a tale giustificazionismo: i condizionamenti sociali sono positivisticamente intesi come meccanismi ineluttabili, tali da annullare il libero arbitrio e, quindi, la possibilità stessa di uscire dalla ripetitività di modelli negativi.

E allora, come se ne esce? Se ne esce, come detto, permettendo alla scuola di ritrovare il senso di sé e della sua funzione nella società; se ne esce ridando dignità giuridica ed economica ai docenti, che sono, prima di tutto, educatori. Ma se ne esce, soprattutto, con la consapevolezza che educare significa pretendere, e che insegnare significa offrire continue occasioni di scelta, premiando i comportamenti sani e chiamando a rispondere in prima persona delle proprie scelte, perché questo è “crescere”. Non è sostituendosi ai propri figli e ai propri allievi che li si aiuta a crescere. Privare i bambini/ragazzi di ostacoli, di difficoltà e di occasioni per mettersi alla prova, significa impedire la loro maturazione. Con le conseguenze che tutti vediamo.

Paolo Peresutti