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Cambiare coscienza o cambiare lavoro

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Cara Ivana De Zan, troppe volte ho sentito addurre motivazioni volontaristiche e “missionarie” da colleghi del tuo tipo sempre, purtroppo, copiosi nella scuola. L’articolo di Enrico Ruvinetti non poteva essere più preciso, realista e rappresentare meglio la concreta situazione in cui la nostra masochistica categoria si trova ad operare.

Come purtroppo molti colleghi, tendi a confondere la volontarietà e la indiscutibile moralità di un intervento in situazione di urgenza ed emergenza eccezionali con doveri contrattuali fino ad ora inesistenti.

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Tutti praticamente siamo entusiasticamente intervenuti a tappare una falla non negando, seppure in un primo momento non obbligati, il nostro impegno totale. Tuttavia le ipotesi ventilate dal profetico collega sono terribilmente veritiere, e gli atteggiamenti da chi ci gestisce, contraddittori e poco attenti alla nostra dignità personale e professionale. All’inizio della pandemia i Dirigenti tendevano a farci votare nei Collegi ciò che non poteva essere votato e decidere ciò che non competeva a noi decidere, e questo ti da la misura del rispetto di cui siamo fatti oggetto. Tutti hanno giocato sulla nostra approssimazione e disinformazione. Forse, in pieno riflusso, il significato di lotta di categoria, difesa dei diritti elementari dei lavoratori, sono termini di difficile comprensione per molti insegnanti con la vocazione alla “missione africana”, ma ancora qualcuno, evidentemente lucido, a questi trascurabili principi, ancora crede. Sono stato felice di constatare che esistono ancora insegnanti come Enrico Ruvinetti, il quale ha solo espresso perplessità di fronte a sindacati che si sono per anni dimostrati latitanti ed indegni di questo nome e ancora evidentemente insistono in certi comportamenti. Peraltro tu mi pare abbia frainteso le parole del collega, che ha solo manifestato perplessità circa un impegno che nel futuro potrebbe rivelarsi devastante sotto vari punti di vista (anche per gli stessi allievi) e sulle sue modalità di attuazione.

Farsi qualche domanda non vuole dire essere cattivo insegnante, significa non procedere a testa bassa, acriticamente nella totale accettazione di assurdità di cui la scuola è già abbondantemente ridondante.

Quanto al “pagati”, direi che è un tasto da non toccare, visto che in questo senso la nostra onorabilità è già stata messa nel tempo a dura prova e, purtroppo, per rispondere adeguatamente al tono da te inaugurato con il collega, ti devo dire che se non siamo adeguatamente ricompensati, lo dobbiamo soprattutto alla “semplicioneria” e alla insignificante coscienza di categoria di una massa di colleghi come te a cui mi sento di dire, riprendendo la tua espressione nella risposta all’articolo, cambia coscienza o “cambia lavoro, perché non hai capito nulla di cosa deve essere un insegnante”.

Attilio Camiccia