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Codice di abbigliamento a scuola, il caso del Giappone, dalla biancheria intima al colore dei capelli

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L’inizio del nuovo anno scolastico in Giappone desta scalpore per il codice d’abbigliamento imposto dalle autorità di Tokyo.

Il Giappone, in corrispondenza dell’avvio delle lezioni, si colora e inizia e pullulare di giovani in corsa tra mezzi pubblici, caffetterie, aule universitarie e ristoranti. L’economia torna a a svilupparsi, le attività riaprono a pieno regime e il trasporto pubblico inizia ad operare anche verso i villaggi più remoti e piccoli. A destare l’interesse e a fare scalpore a livello locale sono le nuove disposizioni in merito all’aggiornamento del codice d’abbigliamento, che gli studenti osservano da sempre, considerando opportunatamente la scuola un luogo degno di rispetto, devozione e impegno anche nel presentarsi in classe.

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Tali norme vanno a interessare il colore dei capelli, della biancheria intima e la proibizione di determinate acconciature; una buona parte della popolazione le considera antiquate e obsolete e preme per la rispettiva soppressione, mentre altri preferiscono mantenerle con il fine di preservare esteticamente l’aspetto di uno studente “modello” che deve osservare un determinato codice di abbigliamento e di cura del corpo e dei capelli. Le autorità hanno di recente accolto le istanze di giovani e associazioni dedicate, annunciando al pubblico l’abbandono delle disposizioni attuali in funzione di una liberalizzazione dell’estetica e dell’apparire nelle scuole. Ciò ha favorito lo sviluppo di ulteriore dibattito politico. 

Il caso singolare del Giappone: codici d’abbigliamento tra elogio e soppressione

Le modifiche alle politiche entreranno in vigore all’inizio del nuovo anno accademico, il 1° aprile. La mossa è arrivata dopo che il consiglio per l’istruzione di Tokyo ha condotto un sondaggio lo scorso anno in cui ha chiesto a scuole, studenti e genitori le loro opinioni sulle politiche in vigore.

La capitale non è l’unica città giapponese con un codice di abbigliamento rigoroso: regole simili sono in vigore in tutto il paese, con molte scuole che richiedono agli studenti di indossare scarpe e calzini di un colore designato.

Secondo il quotidiano giapponese Asahi Shimbun, anche le scuole di Fukuoka, sull’isola di Kyushu, hanno regole che limitano le acconciature degli studenti e dettano sia il colore che il motivo della loro biancheria intima. Come Tokyo, Fukuoka ha condotto un sondaggio pubblico l’anno scorso, in cui gli studenti si sono lamentati del fatto che il codice di abbigliamento causava loro stress e limitava la loro espressione personale, ha riferito Asahi. 

L’apertura del vaso di Pandora: cause giudiziarie come via libera alla liberalizzazione dell’abbigliamento a scuola

La questione è stata portata sotto i riflettori nel 2017 quando una studentessa delle superiori della prefettura di Osaka ha citato in giudizio la sua scuola, un caso che ha attirato l’attenzione nazionale e ha suscitato un ampio dibattito pubblico sui codici di abbigliamento restrittivi. Ha affermato di essere stata costretta a tingersi di nero i suoi capelli naturalmente castani quando si è iscritta per la prima volta alla scuola e le è stato detto di tingerli di nuovo ogni volta che le sue radici marroni ricrescevano, secondo il quotidiano locale Asahi. Alla fine le furono inflitte sanzioni accademiche per non averli tinti abbastanza spesso.

La ragazza si è lamentata in sede di processo del fatto che la frequente colorazione le aveva danneggiato i capelli e il cuoio capelluto e che tale fatto le avesse causato disagio. L’anno scorso, al termine del processo, ha ottenuto 330.000 yen (circa 2.790 dollari USA) per danni. Da allora altri studenti e famiglie si sono espressi con lamentele simili, mentre diverse scuole hanno annunciato modifiche ai loro codici di abbigliamento. Questa primavera, una scuola a Ube, nella prefettura di Yamaguchi, diventerà la prima in città a introdurre un’uniforme “senza genere”, con studenti di tutti i sessi che avranno la possibilità di scegliere tra pantaloni e gonne, ha riferito Asahi, definendola una definitiva rottura con l’idea stigmatizzata di genere relazionata ai codici di abbigliamento ancora diffusi in Giappone.