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Coronavirus, diario dalla trincea della didattica a distanza full time

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Riceviamo e pubblichiamo il contributo del professor Gianfranco Pignatelli – architetto, docente per passione e per consuetudine personale e familiare – un reportage sulla discrasia tra la scuola vicina ai propri alunni e la scuola lontana dalla realtà del momento.


È domenica sera, quella delle Palme e della noia nell’anno del coronavirus. Sono Giulia, Emanuela, Dario e tanti altri a illuminarla e farla vibrare di emozione pura. Hanno consegnato nella mia casella di posta istituzionale i loro approfondimenti su Giorgione e la musica, Tiziano e la letteratura, Tintoretto e il teatro e tanto altro ancora.

Fino a ieri ho dissipato il mio tempo replicando alle quotidiane sventagliate di Whatsapp provenienti dai colleghi di ogni classe, partecipando a riunioni ripetitive, tentando la compilazione di moduli e scartoffie inutili.

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Sì, proprio così, ho tentato e ritentato senza sapere cosa metterci dentro. Se avessi potuto ci avrei messo le foto di tutti i ragazzi presenti e puntuali, sempre a ogni ora, su Zoom. I loro sorrisi. Le loro curiosità. Le mail nelle quali mi ringraziano per le videolezioni piuttosto che per i film, i documentari, la musica o i libri consigliati. Oppure quelle nelle quali confidano i loro disagi, le ansie, le speranze, o la semplice voglia di avere una sponda che non si sottragga e li ascolti.

O magari i 200 PowerPoint che hanno realizzato con una cura, una completezza e profondità delle quali, a torto, non li ritenevo capaci. I loro progressi che, nonostante tutto, non mi aspettavo e che li rallegra e li gratifica. Oltre tutto questo, non so cos’altro aggiungere rispetto a tutto quello che ho già scritto nei due piani delle attività messi, sin da subito, nella piattaforma Argo, nelle comunicazioni inviate ad alunni e genitori, nell’invito scritto e indirizzato ai ragazzi, nel verbale redatto per il dipartimento, nel registro elettronico compilato quotidianamente.  Ritornando alla compilazione dei moduli, nell’indecisione e nell’assenza di un tutorial che mi guidasse, mi sono arreso. Confesso, tutto ciò è fuori dalla mia portata. Perciò mi astengo.

Sarò franco. Senza mancare di riguardo ad alcuno, credo che tutto ciò sia insensato. In questo momento nel quale, come dicono tutti, siamo in guerra, la nostra trincea è la scuola. Se fossimo medici saremmo eroi in corsia e TV, ma, visto che siamo “solo” docenti, come sempre, restiamo nell’ombra, pur risultando utili.

Eppure una modalità per combatterla questa “guerra” c’è: è la didattica a distanza. I nostri soli destinatari – giova ricordarlo a chi lo avesse dimenticato – sono i ragazzi. A loro, nonostante l’infelice dizione “a distanza”, dobbiamo essere vicini, ora più che mai. E non intendo didatticamente ma umanamente, psicologicamente. Per quanto mi riguarda lo sto facendo, dall’inizio dell’emergenza, full time.

La mattina facendo videolezioni nel rispetto del mio integrale obbligo di servizio e nella piena, incondizionata condivisione dei miei alunni. A loro ho lasciato la libera scelta e la responsabilità se fare o meno lezioni, riducendole oppure no.

Sto facendo lezione diversamente, proponendomi di fornire loro spicchi di normalità. Mi sono impegnato, sin da subito, di occupare un po’ del loro tempo per distogliere, per quanto possibile, le loro menti dall’attualità dolorosa e opprimente che sta affliggendo tutti noi.

Lo faccio anche di sabato e domenica. Lo faccio rispondendo alle loro mail, dando loro ascolto, offrendo un sorriso e anche suggerimenti per vedere film, tutorial e documentari, ascoltare musica, leggere libri, accendere curiosità e fare ricerche. In sintesi, impegnando piccole porzioni di queste interminabili giornate. Ho contezza di quanto siano infinite e noiose per un adulto e immagino come lo siano, ancora di più, per dei giovani esuberanti.

Per tutto quanto faccio, non pretendo onorificenze né ringraziamenti ma, per certo, non sopporto che mi si creino impedimenti fatti di scelte farraginose e scriteriate.

La scuola militante siamo noi docenti, in prima linea ci andiamo noi, sempre. I nostri ragazzi li vediamo, li sentiamo e li leggiamo noi, sempre.

I burocrati che dietro le loro scrivanie intendono organizzare, con compiacimento, “cabine di regia” non mi interessano, non sono una mia priorità. Non lo sono stati mai in tempi di pace, figuriamoci ora che, come dicono da più parti, siamo in guerra.

Specie se la “cabina di regia” fa la sua comparsa tra secondo tempo e titoli di coda, quando, oramai, gli attori hanno già scritto la sceneggiatura, definito tempi, luoghi e modi, interpretando il proprio ruolo così da coinvolgere il loro pubblico, interessandolo ed emozionandolo come di norma sanno fare.

E che dire di un ministero che a “partita in corso”, per becero populismo, garantisce d’imperio la promozione a tutti? Era necessario dirlo? Lo sapevamo già, non ci saremmo mai sognati di fare diversamente. Ma, dichiararlo d’emblée è stato, quanto meno, improvvido. È come dire ad una squadra che sta giocando con intensità e passione sul campo che il risultato è già definito a tavolino. Il ministro a caccia di facili consensi mi spieghi, a suo illuminato giudizio, cosa ne sarà della partita che la scuola militante sta disputando motivando i propri ragazzi? Contando su una promozione ormai certa e stando in un contesto domestico e non scolastico, i ragazzi si alzeranno ancora di buon’ora dai loro letti? Si staccheranno dalle loro play station, sospenderanno le loro chat per collegarsi a zoom o a weschool?

La scuola militante non pretende titoli sui giornali, interviste televisive, onorificenze e gratificazioni economiche, peraltro erogate a pioggia ad altre categorie.

Si accontenterebbe di svolgere le proprie attività in santa pace, senza che i “grandi strateghi” della scuola facciano ostruzione o fossero d’intralcio. Senza che chi sta in trincea debba proteggersi anche dal cosiddetto “fuoco amico”.

Gianfranco Pignatelli

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