Home Attualità DaD, quei docenti-missionari che distruggono se stessi (e il diritto allo studio)

DaD, quei docenti-missionari che distruggono se stessi (e il diritto allo studio)

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La professoressa M.Q. sta per collegarsi “a distanza”, dal pc del suo Liceo Statale di Torino, con una classe in quarantena. Sono le 9,10. Ha fretta, ma il collegamento non va. Il problema è del Liceo: linee saltate, lezione impossibile. Disperata, la docente non può svolgere il programma. Senza pensarci due volte, usa il proprio cellulare come “hotspot”, collegando il computer del Liceo a internet tramite il proprio credito telefonico (pagato a caro prezzo). «Tanto ho 50 “giga”», esclama giuliva.

“Generosità” o autolesionismo (gradito a chi definanzia la Scuola)?

Molti docenti agiscono così, in queste amare settimane di ripresa dell’attività didattica. Non capiscono che la loro “generosità” apre la porta a richieste sempre maggiori a loro carico. È illogico, infatti — nonché illegittimo e contrario alle norme — far ricadere sull’insegnante le spese necessarie per esercitare l’insegnamento: perciò il costo della connessione internet deve gravare sull’istituto, e non sul docente. Se l’istituto non garantisce il servizio, è autolesionistico soccorrere enti inadempienti (che siano la scuola stessa, l’ente proprietario dell’edificio o il fornitore del servizio telematico), se non altro perché in tal modo si nascondono a genitori e studenti le condizioni concrete in cui i docenti sono costretti a lavorare.

Ma anche le responsabilità in merito a privacy e cura degli atti devono rimanere in carico all’istituto: gli insegnanti si rendono conto dei rischi che corrono facendo passare un segnale internet attraverso un proprio dispositivo e distribuendolo ai propri alunni (come peraltro accade, indebitamente, anche quando si fa lezione dalla propria casa e coi propri mezzi informatici)?

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Chi insegna persino in malattia

Milano: in un Istituto Tecnico Statale il prof. E.R. è in quarantena, con certificato di malattia. Tuttavia decide di insegnare “a distanza” da casa. «Il diritto allo studio va garantito», sostiene; «in fondo ho solo una febbretta». Non si rende conto di violare la normativa, i propri diritti e la logica. Qualcuno potrebbe anche sospettare, infatti, che, se un docente lavora, non sia davvero malato; o che — come molti credono — il suo lavoro non sia impegnativo (o che non sia proprio un lavoro). Il diritto allo studio va certo garantito; ma è controproducente garantirlo sacrificando i diritti dei docenti, perché un docente schiacciato da doveri e sensi di colpa lavora peggio di chi è considerato e trattato da professionista. Inoltre qualche benpensante potrebbe pretendere che, se un docente lavora anche quando è in malattia, lo facciano anche tutti gli altri.

Scuola on demand?

Napoli: in un Liceo Scientifico Statale un alunno chiede di seguire da casa le lezioni tenute in classe dai professori. Si dichiara affetto da una malattia (non ancora nemmeno certificata) che gli impedirebbe per settimane di recarsi a scuola. Approfittando dell’ormai totale sdoganamento della “DaD, il giovane rivendica il proprio diritto allo studio. Tre docenti lo appoggiano: in fondo si tratta “solo” di far lezione davanti alla videocamera del computer di classe, parlando alla classe in presenza e all’alunno “distanziato”. E poi, proclamano, «C’è il diritto allo studio»! Inutile dire la contentezza del Dirigente Scolastico: «I discenti prima di tutto!». In fondo i Prèsidi non vengono valutati anche in base al grado di soddisfazione dell’”utenza” (alias genitori degli alunni/clienti)?

È colto chi ignora i propri diritti?

Insomma, troppi docenti non comprendono che il loro — pur lodevole — senso del dovere va tramutandosi in un bulldozer che spianerà quanto resta della Scuola come istituzione della Repubblica. L’ignoranza dei propri diritti, spostando sempre più in là i paletti della deregulation neoliberista, abbatte gli ultimi limiti all’edificazione della “istruzione on demand”, fornita da scuole-azienda ultraflessibili, in cui la flessibilità dei docenti (più inclini al quieto vivere che alla tutela della propria professionalità) distrugge la serietà di un’istituzione che deve invece insegnare e trasmettere rigore epistemologico e consapevolezza.

Troppi insegnanti si vergognano di non essere “eroi” come i medici in lotta col virus. Dimenticano però che i medici son vincolati dal giuramento di Ippocrate, nonché da un contratto molto favorevole economicamente. I medici di base prendono sui 5.000 euro lordi mensili; i primari 4.500 netti; gli ospedalieri dai 1.900 ai 2.900 netti (secondo l’anzianità); più straordinari, reperibilità, turni festivi e notturni. Come paragonare la loro condizione a quella dei docenti? Chi sceglie la professione medica sa di rischiare la vita (come i militari, anch’essi spesso meglio pagati dei docenti). Tra i rischi di un insegnante, invece, la morte non è contemplata: e infatti il rischio non è monetizzato (anche se esiste, eccome, viste le condizioni degli edifici scolastici).

Missionari, stacanovisti e Docenti

Insegnare non è un’attività d’assistenza e d’apostolato missionario. Non è nemmeno una gara stacanovista di produttività staliniana. Insegnare è faticoso e difficile. Solo chi ne è consapevole — e tutela la propria salute, la propria dignità e i propri diritti — è un buon Docente: perché non fa il portaordini, non insegna acritica obbedienza né supina rassegnazione, ma conoscenza, libertà, dignità e desiderio di giustizia. Come la Costituzione prescrive.

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