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Dalla scuola materna al liceo: necessario riconoscere che il lavoro del docente è usurante

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Il 18 marzo 1968, con la legge n.444, si istituiva la scuola materna, oggi chiamata scuola dell’infanzia statale. Il sistema dell’istruzione statale si arricchiva di un nuovo elemento che riguarda i più piccoli tra i 3 e i 6 anni di età.

Un provvedimento innovativo, approntato dal governo presieduto da Aldo Moro, soprattutto per l’epoca. Infatti l’adozione della scuola materna ha segnato un deciso passaggio verso la legittimazione istituzionale – e il conseguente assetto ordinamentale – dei percorsi formativi destinati alla fascia 3-6 anni.

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La funzione della scuola materna è fondamentale nel sistema educativo italiano ed è importante che ci sia una qualificazione e adeguato riconoscimento professionale del suo personale.

Fare della scuola materna (oggi dell’infanzia) una “vera” scuola.

La storia di una legge 

All’epoca il ministro della Pubblica Istruzione era Luigi Gui. Il provvedimento dava allo Stato l’onere di assumere i bambini nell’età prescolastica da tre a sei anni nella “scuola materna statale” (quindi in un’istituzione pubblica direttamente gestita dallo Stato e “…disciplinata dalle norme della presente
legge”) della quale detta i seguenti “caratteri” e “finalità”: educazione, sviluppo della personalità infantile, assistenza e preparazione alla frequenza della scuola dell’obbligo, integrazione dell’opera della famiglia, facoltatività dell’iscrizione, gratuità della frequenza (art. 1).

Il varo del provvedimento legislativo, come segnala Mario Guglietti, in un interessante approfondimento per Cisl Scuola, fu particolarmente tormentato:si sviluppò nell’arco di due legislature (la III: dal giugno del 1958 al maggio del 1963; e la IV: dal maggio del 1963 al giugno del 1968) e provocò ben due crisi di
governo a causa degli insuperabili contrasti politici ed ideologici (ai quali non erano estranee anche motivazioni di ordine economico) determinati dai principi ispiratori che informavano i vari disegni di legge presentati dalle forze politiche all’epoca presenti in Parlamento riassumibili, per estrema semplificazione, nell’opposta individuazione della della scuola materna.

Da una parte una funzione socio-assistenziale con particolare riferimento alle famiglie numerose, dall’altro una funzione più scolastica fondata sul prioritario riconoscimento dei bisogni educativi.

Lavoro usurante

Oggi, il lavoro della maestra è considerato usurante ed è rientrato tra le categorie lavorative che possono chiedere pensione anticipata anche in caso di innalzamento dell’età pensionabile.

In realtà, però, la situazione rischia di crea disparità all’interno dell’universo docenti: c’è l’urgenza di riconoscere a tutti i docenti che il problema del burnout rappresenta un’emergenza della scuola italiana. Anche il lavoro del docente di scuola secondaria è logorante, pesante, producente un notevole stress psicofisico in quanto sottopone i docenti ad un continuo stato di tensione,

Il burnout deve essere riconosciuto quale malattia professionale perché i docenti sono sottoposti a ritmi di lavoro stressanti che generano condizioni di malessere e di disagio. A tutti i docenti deve essere riconosciuto per legge il collocamento a riposo anticipato perché non è pensabile che un insegnante possa reggere i ritmi fino a 70 anni.

Con classi sempre più numerosi, alunni irrequieti e maleducati, la frustrazione di non sentirsi considerati dalla società creano condizioni difficili per cui andare avanti è veramente difficile

Cosa fare, dunque? Bisogna intervenire immediatamente quando la realtà è evidente e sotto gli occhi di tutti con stipendi adeguati al lavoro svolto e un maggiore riconoscimento professionale che non significa, però, solo un aumento salariale.

La professione non deve essere paralizzata ma progredire in autonomia, produttività e conseguentemente in busta-paga. E soprattutto basta con il dire che i docenti sono degli scansafatiche, o più educatamente “conservatori” e “corporativi”.