Home I lettori ci scrivono Didattica a distanza, contestatori insanabili: eppure, un rimedio ci sarebbe…

Didattica a distanza, contestatori insanabili: eppure, un rimedio ci sarebbe…

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Facevo la fila, l’altro giorno, in un minimarket, la mascherina in faccia, mentre parlavo, a distanza, con un mio conoscente, insegnante di Filosofia nei licei. Gli chiedevo se teneva lezione on line, come tanti altri professori, in questo periodo. Mi rispose che si era rifiutato di farlo in quanto la connessione, dalle sue parti, non era eccellente. E poi, ha aggiunto, perché non condivideva l’attuale sistema di cose, per cui alcuni si arricchiscono, a ritmo esponenziale, ed altri, con lo stesso ritmo, si impoveriscono. Se è vero che, almeno per me, insegnare è una gioia, la sua argomentazione era evidentemente pretestuosa. Così come risultava palese che la prima motivazione, la difficoltà di connessione, era di facciata, mentre la seconda, quella della disparità economica, era di sostanza.

Ma perché, mi chiedevo, alcune persone, come morse dalla tarantola della deformazione ideologica, sono predisposte a rappresentare la realtà in modo distorto, scorgendo solo aspetti marginali e patologici, rispetto ai nuclei essenziali della stessa. Dipenderà, certamente, dall’ambiente e dal clima culturale in cui si sono formati. Del resto, è comprensibile che chi ha avuto la sorte di crescere nel disagio, possa essere portato a sviluppare il sospetto verso i più fortunati. Oppure, riflettevo, può dipendere dai processi evolutivi di ciascuno. E’ noto, infatti, che esiste un’età, quella adolescenziale, in cui, un po’ tutti, attraversiamo una fase oppositoria. Ricordo che, a quell’età, se mio padre diceva “A”, io rispondevo regolarmente “B”, a prescindere dall’argomento. Poi, però, sono guarito dallo stato febbrile della controdipendenza. Anche, se la passionalità fa sempre parte di me. Invece, ci sono soggetti che restano adolescenti a vita. Sempre insoddisfatti ed ancorati al radicalismo, all’antitesi ed all’obiezione, al “ma” ed al “però”.

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E’ interessante come le scienze umane possano darci una mano a comprendere tale inclinazione alla dialettica ed alla contestazione. In Sociologia, ad esempio, esistono delle concezioni sistemiche della realtà sociale (come quelle di Durkheim, Parsons, Merton), le quali concepiscono la società come una struttura unitaria e coesa che armonizza naturalmente gli opposti bisogni delle parti, ripristinando l’equilibrio sociale ogni volta che esso si altera. Un po’ come fa il libero mercato che, attraverso il meccanismo della concorrenza, crea un compromesso fra i diversi interessi di produttori, venditori ed acquirenti. Ed esistono, all’opposto, concezioni conflittualiste (come quelle di Marx, Althusser, Bourdieu), per le quali il conflitto e le tensioni sono strutturali alla realtà sociale e ne garantiscono la stabilità. Anzi, la loro assenza è un sintomo negativo e denuncia una situazione patologica in cui una parte sociale esercita il dominio incontrastato sulle altre.

Anche la Filosofia offre risposte stimolanti. E’ nota l’ottica negativa con cui Agostino e Machiavelli guardano allo Stato. Esso sarebbe, per loro, un male necessario, un rimedio alla natura umana tendente alla devianza ed alla prevaricazione dei più forti e più furbi. Mentre, per Aristotele e Tommaso, lo Stato, prima che un meccanismo difensivo, è un progetto creativo, costruttivo, la manifestazione storica del nostro bisogno di vivere insieme, migliorando le condizioni di vita.

Quanto a me, lo confesso, pur non essendo insensibile al fascino di pensatori dirompenti come Kierkegaard, Heidegger, Sartre, Nietzsche ecc., con il volger dell’età, ho sempre più apprezzato l’originalità del pensiero agostiniano e la saggezza di san Tommaso. Sono convinto, infatti, che il sistema tomistico costituisca una valida terapia per quanti sono rimasti bloccati all’atteggiamento oppositorio dell’adolescenza. Ci sono due aspetti, in particolare che, a mio pare, rivelano la modernità e la funzione catartica del pensiero di Tommaso.

Primo, la centralità della ragione. Pur essendo un dottore della Chiesa, Tommaso mette la ragione alla pari della fede, in un rapporto di reciproco completamento. Per lui esiste un’unica razionalità, all’interno del triangolo costituito da tre poli: Dio, l’uomo ed il cosmo. E ciò rende comprensibile ciascuno di essi agli altri due. Va riconosciuto che, tale impostazione, è risultata decisiva per l’evoluzione del pensiero occidentale. Se, infatti, Tommaso avesse assolutizzato la fede, o una volontà divina arbitraria, sganciata dalla razionalità, ci saremmo trovati di fronte ad una teologia irrazionalista, come quella islamica, che privilegia l’assurdo, come espressione dell’insindacabile volontà di Dio. Aspetto, questo, tipico anche di alcune spiritualità paradossali, ma isolate all’interno del Cattolicesimo, secondo le quali una cosa è buona perché Dio l’ha voluta e non, viceversa, come afferma Tommaso: “Dio l’ha voluta perché buona in se stesa”. Perché riflesso della razionalità. Inoltre, non sarebbero stati possibili la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico. Né sarebbero sorti ordinamenti sociali democratici e libertari che riflettono la logica profonda delle cose e sono finalizzati al benessere della totalità e delle parti.

Secondo, l’ottimismo ontologico, in base al quale il mondo non è una scelta arbitraria di Dio ma la proiezione della sua natura perfetta e della sua intima razionalità. Il che significa che il mondo è un “universo” non un “diverso”, quindi riconducibile ad un’unica logica. Di conseguenza, il mondo, non poteva essere né diverso, né migliore, per cui ogni cosa ed avvenimento rivelano un senso positivo. “L’Essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere, scrive papa Benedetto. C’è un solo principio ed è buono. Il male viene da una libertà abusata. Il male non è logico”.

Tale impostazione ha educato il mondo occidentale a focalizzare l’attenzione sulla totalità positiva delle cose, anziché sull’eccezione problematica. Aspetto, questo, non comune ad altre culture.

Luciano Verdone