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Dsa, mandiamoli pure al liceo perché necessitano solo di “Diversi stili di apprendimento”: lo dice la Fida

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Per vincere le resistenze sui Dsa, considerati a torto troppo spesso alunni non alla pari degli altri, servirebbe un ‘ribaltone culturale’. Solo che la scuola italiana non è ancora pronta: tra gli alunni con disturbi specifici di apprendimento, infatti, si ravvisa un aumento dei tassi di abbandono scolastico e la richiesta crescente di figure di supporto. A sostenerlo è stata la Fida, la Federazione Italiana Dislessia Apprendimento, nel corso del convegno ‘Strategie educative per i Diversi Stili di Apprendimento, svolto a Milano il 18 marzo ed organizzato dall’Associazione ‘Il Laribinto, Progetti Dislessia Onlus’ in collaborazione con Canalescuola, Rotary Mi-Monforte e la stessa Fida.

Cambiamo l’acronimo

La Fida ha chiesto che aiuterebbe, in questa direzione, “cambiare l’attuale acronimo Dsa, Disturbi Specifici di Apprendimento, in Diversi Stili di Apprendimento, ‘liberando’ i giovani con queste difficoltà dall’etichetta scorretta e ingiustificata di malati”.

Maria Dimita, presidente Fida, ha spiegato che “i ragazzi con Dsa popolano le scuole di ogni ordine e grado, in misura maggiore Istituti tecnici e professionali, con punte del 15%, contro numeri sensibilmente più bassi di licei o altri percorsi di studi”.

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Non tarpargli le ali

Secondo Dimita, però, si tratta di “giovani avviati a studi tecnici da insegnanti delle scuole medie, ritenendoli più semplici e operativi rispetto a licei umanistici o scientifici, dove invece si registra comunque una percentuale simile di alunni che vanno male a scuola”.

“A dimostrazione – ha continuato la presidente della Fida – che i ragazzi, con o senza Dsa, hanno le stesse difficoltà di apprendimento e le medesime potenzialità. Dunque, a nessun alunno va ‘esclusa’ la possibilità di intraprendere una carriera scolastica e professionale di successo, fino alla laurea“.

Ci si affidi ai logopedisti

Il problema è che  spesso i disturbi non vengono ravvisati. E quando lo sono, non sempre si adotta la metodologia più adatta. Ecco perché servono consulenti che conoscono a fondo come trattare questo genere di disturbi.

“Parliamo di bambini intelligenti – ha detto Tiziana Rossetto, logopedista e Presidente della Federazione Logopedisti Italiani – in grado di partecipare attivamente alla vita di classe con misure compensative e funzionali al disturbo, che vanno individuati e trattati entro il secondo anno della scuola primaria. Il logopedista, in questo ambito agisce fin dai prerequisiti, ovvero i processi cognitivo-linguistici che precedono le abilità di lettura e scrittura”, ha concluso l’esperta.