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Goethe e l’Islam: saggio di Bocca-Aldaqre e Buttafuoco alla riscoperta di un Islam di poesia

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Mentre la Francia è attraversata dal sangue dell’integralismo musulmano, il saggio di Francesca Bocca-Aldaqre e Pierangelo Buttafuoco ripercorre gli studi del grande artista tedesco sul Corano, la predicazione di Maometto e l’Islam attraverso gli scritti della sua maturità e in modo particolare del suo “Divano orientale-occidentale”

“Capri il tuo cielo, Zues, col vapore delle nubi…ma lascia intatta la mia capanna che tu non hai costruito”: Prometeo, nel Grande inno di Goethe, sfida il dio e declama il libero arbitrio, mentre l’anima di Faust si salva dalla perdizione eterna, nonostante abbia rinnegato persino la Speranza, per intercessione della Madonna o perché è tutto già scritto nella volontà di Dio? Wolfgang Goethe viaggiò, dentro tutti i misteri dell’umanità e tutte le sue creazioni, con la curiosità del genio e il riscontro critico della ragione. E non si lasciò nemmeno scalfire dalle esuberanze antilevantine di Voltaire, né dalle coloriture musicali alla “turca” di Beethoven e Mozart, né da improbabili turchi in Italia di rossiniana memoria, quando, intorno al 1773, compose il  “Mahometsgesang”, il Canto di Maometto, il Profeta di Allah che per il poeta diventa allegoria del Nilo, il fiume fertile e generoso che percorre il deserto con la baldanza della giovinezza, fertilizzando i campi con la sua parola, mentre altri ruscelli si accostano per procedere insieme verso l’Oceano. E il deserto lo festeggia e sotto il suo passo crescono i fiori della dottrina svelata, cosicché, in rotolante trionfo, dà egli nome a paesi, e città sorgono sotto il suo piede fecondo.

Maometto, che è portatore del sapere di Dio, è dunque il padre verso cui tutti tendono, perché porta i figli là dove essi desiderano: verso il vasto mare della sapienza e della conoscenza. Prima ancora che Napoleone scopra i segreti di questo oriente, tanto funambolicamente immaginato quanto poco indagato, Goethe stabilisce, traducendo perfino il Corano, un diverso rapporto col Profeta dell’oriente fiabesco, che riesce a dare compattezza e una meta al suo popolo migrante, disperso e diviso. 

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A riportare all’attenzione della critica letteraria un nuovo e inedito rapporto fra il grande poeta tedesco e l’islam è il libro di Francesca Bocca-Aldaqre e Pierangelo Bittafuoco, “Sotto il suo passo nascono i fiori. Goethe e l’Islam”, La Nave di Teseo, e partendo dall’ultimo gesto di Goethe morente che, nel dipinto di Fleischer, alza l’indice indicando il cielo, mentre invoca “mehr Licht!”, più Luce, per mezzo della quale è però  possibile raggiungere il Paradiso dove il poeta incontrerà Suleika, l’interlocutrice del suo “Divano (che sta per Raccolta) occidentale orientale”, West-östlicher Divan; quella Marianne von Willemer di cui in età avanzata, 65 anni,  si è innamorato, lei trentenne, e con la quale stabilisce un rapporto intenso, in somiglianza delle foglie del Ginko, dimenticato dal tempo, ma che il tempo riscatta come una promessa d’amore nell’eternità celeste.

E nel “Divano”, la scoperta dell’Islam è come la “pelle del serpente che si sfila”, cercandovi quel Dio unico da cui, come nel “Canto degli spiriti sulle acque”, tutto viene e a cui tutto ritorna, e come ancora nella danza rotante dei dervisci: Dio dà e Dio toglie. Un Islam che sgorga anche dalla lettura del poeta persiano Hafez: erotico, passionale, ma anche mistico, come Goethe, e col quale, richiamando l’unione tra Elena e Faust dentro l’abisso delle Madri, e dunque tra la primitività germanica e la perfezione greca, stabilisce una ulteriore unione simbiotica, in cui la massima espressione della cultura europea, assumendo il nome di Hatem, il non più giovane amante di Suleika, trova alimento nella massima espressione della poesia orientale. Libro intenso, prezioso, in un periodo in cui l’Islam è assimilato ai barconi o al fondamentalismo assassino, e pure vasto  e luminoso come i deserti dove l’arte e la conoscenza sono le oasi per chi vuole dissetarsi, con mente franca, alle sue fresche e dolci acque.

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