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I nostri giovani e la possibile scelta dell’estero

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Ha molto impressionato la brutta battuta del ministro Poletti, e le risposte puntuali e pensate, in primis della bassanese Lara Lago, dei nostri ragazzi in terra straniera. Brutta battuta soprattutto perché proveniente dal nostro ministro del lavoro. Le sue dimissioni, per questo motivo, dovevano essere più di un atto dovuto.

Al di là delle tante quotidiane statistiche, non c’è una bella aria sul tema del lavoro, sul valore dell’integrazione delle competenze, sul fatto che è bene competere, se competenza è confrontarsi con chi è più bravo, e ci può sempre insegnare qualcosa di nuovo. Non è una bella aria. Si ha cioè paura della “società aperta”. Meglio i muri, le barriere, le chiusure. Tant’è che sono diversi i partiti, di ogni colore, che fanno a gara per alimentare questo clima di paura e di insicurezza.

Forse sarà per questo motivo, cioè il confronto tra speranze e competenze, che soprattutto tra i giovani il tema europeo oggi non va molto di moda. Cosa impensabile sino a pochi anni fa.

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Il 64% dei ragazzi inglesi, ad esempio, dai 18 ai 24 anni non ha votato al referendum sulla Brexit. Anche il crollo di Podemos in Spagna è dovuto al venire meno del voto giovanile. Senza dimenticare che il voto giovanile ha costretto alle dimissioni il quarantenne e spavaldo Renzi, al referendum del 4 dicembre. Fra poco toccherà anche ai Cinque Stelle?

Costa dunque sta succedendo?

Si è parlato di Erasmus, come di altri progetti europei, per dire delle mille iniziative per dare una mano ai nostri giovani, dato il contesto globale.

Ma disillusione ed il disincanto sembra stiano prendendo il sopravvento.

Secondo l’Ipsos, lo scorso anno sono stati 4700 gli studenti italiani che hanno fatto, ad esempio, l’esperienza di un anno all’estero (di solito in quarta superiore), ben il 34% in più rispetto all’anno prima. E questo nonostante la crisi. Visto però il numero, non sono molti gli studenti coinvolti.

Non è vero cioè che questa esperienza tra i nostri giovani globalizzati, educati a scuola alla condivisione e alle forme multiculturali, sia molto praticata e diffusa. Al di là dei viaggi low-cost e delle “toccate e fuga” vacanziere.

L’Ipsos ci dice anche altro. Che i ragazzi vorrebbero, amerebbero fare questa esperienza. Ma poi, al di lá dei cosiddetti “cervelli in fuga” (una brutta espressione, oramai in voga), gli stessi esprimono profili nei fatti conservatori.

Ragazzi dunque globalizzati solo a parole?

Eppure, la nostra “società aperta” sta chiedendo motivazione, coraggio della scoperta, intraprendenza.
Dovremmo, in poche parole, abituare i nostri giovani, assieme alla sana prudenza, a non avere paura delle nuove esperienze, culture, relazioni, lingue.

La generazione che entra ogni giorno nelle nostre classi la potremmo definire “vorrei ma non me la sento”, nel senso che vorrebbe una scuola ed una università aperte, ma, al tempo stesso, teme di allentare un po’ il cordone ombelicale con la propria famiglia, con gli amici, con il proprio territorio. I nostri giovani dicono, ad esempio, di amare i viaggi, ma solo per il 36% si dice disposto ad andare all’estero, un domani, per trovare un lavoro.

Il compito nuovo che spetta alla scuola oggi è anche questo: aiutare i nostri giovani a capire cosa vuol dire “villaggio globale”, se vogliono avere chance reali nella vita e nel mondo del lavoro. Cioè una speranza di futuro. Per loro e per noi.

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