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I presidi tengono le fila delle scuole: non fare di tutta l’erba un fascio

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Strano il mondo della scuola.

Tutti la invocano, pochi la conoscono, sul piano della complessità sistemica.

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Anche molti docenti non conoscono la propria scuola, al di là di alcuni frammenti.

A tenere le fila delle scuole ci sono i presidi, sempre più oberati sul piano normativo, organizzativo e logistico. Per cui, è sacrosanta la protesta di questi giorni. La migliore riprova: che vengano nelle mie scuole e mi seguano per una settimana, per capire quelle complessità che non sempre si vedono, si notano, si conoscono. Questa la vera valutazione del mio lavoro, non le troppe scartoffie.

Finalmente, qualcuno potrebbe aggiungere, hanno alzato la testa, per dire come stanno le cose.

Le sigle sindacali, per una volta, hanno fatto fronte comune. Anche se il loro limite è che non sempre hanno saputo accompagnare, in questi anni, la crescita esponenziale del lavoro dei presidi, facendo cioè il proprio mestiere da rappresentanti sindacali. Il problema è che alcuni di questi sindacati sono guidati da pensionati, che sono da anni fuori dalla scuola reale. Basterebbero due piccoli emendamenti, per rilanciare in positivo il ruolo sindacale (non solo nella scuola): il limite dei mandati e la decadenza in caso di pensionamento. La grave crisi dei sindacati oggi sta tutta qui, tanto che a volte si trovano a difendere, a prescindere, l’indifendibile. Provare per credere.

Alcuni docenti, lo ripeto spesso, pensano che lo stipendio dei presidi sia faraonico. Allora mostro il mio cedolino: per dirigere un liceo di 2150 studenti (prima fascia) è di poco superiore di 2600 euro, con altre 300 euro circa per la seconda scuola. Dai loro volti è chiara la risposta: “ma chi te lo fa fare?”. Chi ha scuola di terza fascia prende, normalmente, solo 500 euro in più rispetto a quando era docente.

Meglio, dunque, sempre dire la verità.

Ritornando alla scuola come sistema, emerge che il vero problema è dovuto anche, se non soprattutto, alla mancata riforma degli organi collegiali, oggi obsoleti, rispetto alla sempre più richiesta etica della responsabilità.

Appunto, l’etica della responsabilità, la quale comporta saper rispondere dei risultati istituzionali che ogni scuola è tenuta a garantire, per la qualità del nostro “servizio pubblico”.

Questa cultura dei risultati non può non comportare un ripensamento contrattuale di tutti gli operatori della scuola, oggi con strumenti giuridici datati, ancora nascosti dietro l’imperante individualismo. Pensiamo qui alle graduatorie dei docenti: la nomina di un docente in una scuola non può più essere frutto di un calcolo, di un caso, di una volontà singola. Ma deve essere conseguenza di una scelta da parte di chi ha responsabilità di sistema, ovviamente con tutte le garanzie di trasparenza. Perché i contesti di lavoro sono delle comunità, e chi entra ad arricchire, con la sua competenza, la vita professionale di una comunità è sempre bene che passi attraverso un filtro. Cosa ovvia oggi in tutto in mondo del lavoro. Tra hard e soft skills.

Questo riguarda i docenti, ma anche il personale ata, mentre i presidi sono a contratto triennale nominati dal direttore regionale. Anche un preside, come per tutti, è giusto che passi attraverso una sorta di “chiamata diretta”, col vaglio di un nuovo consiglio di istituto, non come è oggi, perché aperto al territorio? Le scuole sono istituzioni delle comunità locali, quindi è bene che queste comunità possano dire una parola, oltre alla condivisione e al parere delle forze interne della stessa scuola. Sulla base di CV dinamici, e con proposte innovative e positive rispetto alla vita della scuola nella quale ci si candida. Non basta, cioè, la nomina del direttore regionale. Il quale non può conoscere il proprio di ogni scuola. Lo ripeto: la scuola è una comunità, interfaccia di un territorio, e non un mondo chiuso. Per cui una nomina non può solo un atto burocratico, con o senza il portfolio richiesto in questi giorni.

La dirigenza di una scuola, cioè, non può essere ridotta a mera gestione amministrativa, cioè organizzativa e gestionale. Dirigere una scuola significa essere punto di riferimento interno ed esterno, con una leadership positiva, coinvolgente, garante della equità e delle pari opportunità. In molte scuole, per la crescita esponenziale delle responsabilità gestionali, è andata un po’ scemando, invece, la leadership culturale ed educativa, centrata sulle relazioni, sulla capacità di coinvolgimento e di ricerca comune delle migliori modalità di rispondere alle finalità e agli obiettivi, con forme di customer per tutti.

Non è possibile, tanto per capirci, che un preside non possa dire niente sulla vita didattica offerta dalla propria scuola, perché figlio di una preparazione altra rispetto agli indirizzi attivati. La dirigenza unica ha infatti mostrato tutti i suoi limiti, anche se, come è giusto, non si deve fare di tutta un’erba un fascio. Per questo deve esserci un momento di confronto e di proposta, quando un preside si candida a dirigere una scuola.

Questa la scuola, come dovrebbe essere.

Ma a leggere i commenti sul web da parte di tanti docenti sulle proteste dei presidi, ma anche alcuni post di alcuni presidi, dobbiamo ammettere che siamo ancora lontani dal questo passo in avanti. Dalla comprensione di cosa voglia dire, in concreto, “servizio pubblico”.