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Il significato della Pasqua al tempo del coronavirus

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Sarà questo tempo uggioso, chiusi in casa in attesa di tornare a correre e correre e correre nel respiro dell’aria, sarà che in fondo o dopotutto un senso lo ha, e non nel refraim del “restate a casa”, ma nell’occasione di planare nel dentro di ognuno, e rivisitare il passato e l’oggi in una rilettura che si affaccia al domani, perché sia migliore, perché si sia ognuno un pò migliore.

Forse!? Stamane, il mio pensiero corre già alla Settimana che seguirà, e che ha cominciamento con oggi Domenica delle Palme.

Icotea

Forse è troppo prematuro, ma il pensiero non può non anticiparsi alla Pasqua imminente, e al cammino obbligato per arrivare ad Essa. E nel dentro di questo percorso, nella liturgia che ci vede assenti plasticamente nelle Chiese del mondo, ma uniti nella fede (spero) e in quella Comunione che è fondativa e fondamento della Cristianità (la nostra, come lo per le prime comunità al tempo di Pietro e Paolo…), non posso che gettare qui due parole, semplicemente, e senza presunzione, solo come desiderio di essere tutti ed ognuno parte del Tutto, parte di noi uomini, oggi più che mai impauriti, forse scoraggiati, ma mai dico mai arresi. E se volete un mio precoce augurio generale e per appunto la prossima imminente Santa Pasqua, mentre avverto la mancanza di quel Tabernacolo, all’ombra della mia Chiesa-Duomo di Villa, e il silenzio che è dialogo di me uomo, e di questa mia fede, umana troppo umana, e Lui, miracolo costante, feriale: l’amato è l’amante, io bambino nel tuffo dell’Amore. L’Amore che si fa uomo per trasformare tutte le forme di morte in un passaggio alla vita.

L’Amore che assume tutte le nostre situazioni di chiusa finitudine – la tentazione, la fame, la sete, la fatica, l’implorazione, le lacrime, il lutto, la schiavitù che trasforma l’uomo in oggetto, la CROCE, il SEPOLCRO, l’Inferno – semplicemente per raddrizzare e guarire la nostra natura, per liberare il desiderio imprigionato dalla molteplicità dei bisogni, per vincere la separazione e la morte e, mediante la stessa Croce,  ricongiungere la lacerazione dell’essere creato: “In quanto uomo, è stato battezzato, ma in quanto Dio ha cancellato i nostri peccati. In quanto uomo è stato tentato, in quanto Dio ha trionfato e ci esorta alla fiducia perché “ha vinto il mondo”. Ha avuto fame, ma ha nutrito migliaia di persone, ha avuto sete e ha esclamato: “Se uno ha sete, venga a me e beva”. Ha conosciuto la stanchezza, ma è il riposo di “quelli che sono stanchi e troppo gravati dall’angoscia”. Prega, ma esaudisce le preghiere. Piange, ma asciuga il pianto. Domanda dove sia Lazzaro, perché egli è uomo, ma lo RESUSCITA, perché è Dio … E’ stato sofferente e ferito, ma ha guarito ogni malattia e ogni sofferenza. E’ stato innalzato sul legno, e inchiodato sopra di esso, ma ci rialza con l’albero della vita…

Muore, ma fa vivere e con la sua morte distrugge la morte. E’ sepolto, ma risorge. Discende agli inferi, ma ne conduce fuori le anime. Questo Uomo sulla croce, ci rivela il volto umano di Dio, un Dio che si “svuota per follia d’amore affinché noi, ognuno di noi, lo si accetti in piena libertà e trovi in lui lo spazio della nostra libertà (Gregorio Nanzianzo”: la follia e la bellezza tragica con cui Dio ha amato il mondo. E lo ama ancora. Per sempre.

Mario Santoro