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Invalsi 2018, il divario Nord-Sud si potrebbe risolvere così

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In queste brevi riflessioni parlerò di divari nei rendimenti scolastici tra i bambini e le bambine del Nord e del Sud, in particolare siciliani (perché sono gli ultimi) e di tempo pieno. Anche in relazione all’incontro avuto in questi giorni tra l’assessore all’Istruzione siciliano Lagalla e il neo ministro Bussetti.

Sono temi di cui ci occupiamo da anni, ogni anno tra l’altro, le rilevazioni nazionali Invalsi non fanno che confermare i divari e la serie storia delle rilevazioni mostrano miglioramenti troppo piccoli per invertire la rotta (così è accaduto anche quest’anno, e anzi, i rendimenti siciliani sono persino peggiorati un pochino).

Le prove Invalsi, pur con i loro difetti, anche se nel tempo sono migliorate molto, pur coi mugugni di noi insegnanti, hanno il valore di restituire una fotografia del sistema scolastico nazionale per quel che riguarda i livelli di rendimento in italiano, in matematica e in scienze dei nostri alunni.

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Ogni anno e da anni viene fuori l’impietosa realtà: le regioni del Sud, al netto della Puglia, e le isole, rimangono in fondo. I nostri bambini e le nostre bambine sono poco intelligenti?

Ovviamente la risposta è no, i dubbi possono venirci sugli adulti e su classi dirigenti poco accorte. I motivi dei ritardi sono tanti e non è semplice districarli: sicuramente il fattore che risulta essere decisivo (secondo altre rilevazioni, le Ocse Pisa, queste internazionali) è il contesto economico-sociale e familiare e al Sud i contesti economicamente e socialmente fragili sono nella percentuale più alta.

La scuola allora, proprio in quei contesti, dovrebbe attivare azioni compensative per neutralizzare le fragilità all’ingresso e al contorno della scuola. Le compensazioni possono essere di ordine strutturale e non strutturale.

Tra quelle di ordine strutturale: la presenza di asili e l’offerta di tempo scuola maggiore (tempo pieno nella scuola primaria e tempo prolungato nella scuola secondaria di secondo grado, ad esempio).

Tra quelle di ordine non strutturale: progettazione didattica mirata, innovazione, coordinamento con enti e associazioni fuori dalla scuola.

Sempre secondo gli studi, a livello sistemico risultano più efficaci le prime, perché sono  continue nel tempo e raggiungono la platea totale dei bambini e delle bambine. Posto che buone progettazioni didattiche, innovazioni mirate e lavoro congiunto con enti locali e associazioni hanno anch’esse un effetto positivo ma non sistemico e continuo.

Purtroppo le percentuali di bambini che usufruiscono di asili e tempo pieno, ad esempio in Sicilia, è veramente lontana dalla percentuale di altre regioni. Definiamo tempo pieno un tipo di scuola organizzata in 40 ore settimanali curriculari di didattica anziché in 27 come si verifica prevalentemente in Sicilia. Ebbene: nel 2017 solo il 4 per cento degli alunni siciliani delle primarie ne ha usufruito. La media nazionale sfiora il 30 per cento, in Emilia Romagna sono al 49, a Milano punte di oltre il 90.

In un percorso scolastico di cinque anni, sono oltre duemila ore di differenza, i bambini siciliani accumulano due anni in meno di lezioni rispetto ai coetanei di tante regioni del Nord. Direi che se sono ultimi non è solo caso, specialmente se partono già indietro, con fragilità all’ingresso. Hai voglia offrire loro didattiche innovative, progetti e quant’altro. Lo svantaggio viene recuperato con enorme difficoltà. Negli anni si cumula e poi si trasforma in dispersione, nei casi più gravi, sono ragazzi e ragazze che andranno a ingrossare l’esercito di Neet presenti nella nostra regione.

A tale stato di possiamo ovviare, ma non vorrei che si seguissero strade già percorse che poi sono risultate inefficace, qualunque proposta di aumento di offerta di tempo scuola, ad esempio, deve partire da un postulato: o è strutturale o non funziona. Se il tempo prolungato consiste nel dare risorse affidando alla progettazione di un tempo scuola pomeridiano non formale ma extra curriculare e vario esso non funzionerà ai fini dei rendimenti nelle competenze di base, cioè italiano, matematica e inglese, le tre materie oggetto di rilevamento.

Offrire tempo pomeridiano per attività, anche se pregevoli, è quello che si fa da 30 anni con le risorse Pon e Por, ci sono 600 milioni stanziati a livello centrale sempre in questa direzione, vengono spese, anche in attività molto belle, ma non mi pare che i problemi di divari nei rendimenti si siano risolte, anzi.

Vero è che fare gli asili costa ed estendere il tempo pieno non è facile: organici, locali, mense e gestione della refezioni sono antichi scogli che appaiono insuperabili senza cabine di regia sapientemente coordinate ad ogni livello di scala e volontà politica. Se poi tali scogli si uniscono alla motivazione ormai tanto caricaturale quanto insostenibile che “le famiglie non lo chiedono” si ha la tempesta perfetta: la situazione attuale. Però si potrebbe iniziare a estenderlo almeno per quelle scuole e quei contesti che ne hanno maggiore necessità.

Mi permetto di fare anche una proposta intermedia: la Puglia da dieci anni circa ha messo in campo il progetto “Diritti a Scuola” che ha permesso di recuperare notevolmente i ritardi nelle competenze di base, tanto che la Puglia è da anni tra le prime regioni nei rendimenti. Si tratta di un progetto sistemico e centralizzato a livello regionale, finanziato coi fondi Por, volto specificatamente a recuperare i ritardi nelle competenze di base (un tempo avremmo detto: leggere, scrivere e fare di conto) aggiungendo nel tempo curriculare, alle classi che aderiscono, ore di italiano e di matematica per il recupero e il potenziamento mirato in quelle competenze, affidandole a docenti tratte dalle graduatorie (le quali accumulano anche punteggio con queste lezioni).

Sicilia, Campania, Calabria, Sardegna, potrebbero seguire anche quella via, quella pugliese, con un unico progetto centralizzato e mirato, strutturando la misura nel lungo periodo e motivando docenti e scuole a predisporre didattiche mirate al recupero in quelle ore. Agendo dunque sull’aumento dell’offerta di tempo scuola con una strategia precisa e unitaria, piuttosto che distribuire a pioggia fondi, senza strategia sistemica.

Posto che tutto il resto, progetti, attività, sport, teatro e quant’altro che già si fa potrebbe continuare a farsi. Tra l’altro, e non è una cosa da trascurare, il progetto si effettua ricorrendo alle colleghe iscritte nelle graduatorie e dunque, a margine dell’obiettivo primario, che sono gli alunni e i loro apprendimenti, si otterrebbe anche di contenere in parte l’emorragia di docenti dalle regioni del Sud e delle isole alle altre regioni.

Mila Spicola è una docente, già esponente del Partito Democratico

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