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Istituti Tecnici Superiori (ITS): per i COBAS carrozzoni privati finanziati con soldi pubblici

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Gli ITS (Istituti tecnici Superiori) sono enti di specializzazione tecnica, di livello post-secondario non universitario, di durata solitamente biennale. Nati nel 2010 come uno dei tanti perniciosi cambiamenti imposti dal governo Berlusconi, sono modellati su analoghe esperienze europee. Le loro principali caratteristiche, che ne evidenziano la natura privatistica, sono:

• gestione affidata ad una fondazione a cui partecipano: un Istituto Tecnico o Professionale, un dipartimento universitario, un ente formativo, una o più aziende ed Enti Locali;

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• almeno il 30% della durata dei corsi svolto in azienda;

• corpo docente proveniente per almeno il 50% dal mondo del lavoro;

• possibilità di svolgere l’esperienza lavorativa in azienda in regime di apprendistato.

Istruzione e mondo del lavoro

Ma che male c’è a legare l’istruzione al mondo lavoro? Noi dei Cobas siamo stati tra i pochi a denunciare e contrastare quello che abbiamo chiamato il processo di aziendalizzazione dell’istruzione, dispiegatosi negli ultimi due decenni, in due modi:

• subordinare gli obiettivi scolastici agli interessi delle aziende: come esempio eclatante, ricordiamo l’introduzione della competenza imprenditoriale da far conseguire nella scuola secondaria. Nelle università l’ingerenza delle imprese è ben conosciuta ed è cominciata molto tempo prima che nelle scuole;

• strutturare l’organizzazione di scuole e università sul modello gerarchico delle aziende: Dirigenti scolastici, staff, Funzioni strumentali, RAV, classifiche stilate sulla base dei quiz INVALSI.

Il problema di tutto ciò è che un’azienda ha obiettivi molto diversi di quelli degli enti pubblici d’istruzione. L’obiettivo di un’azienda è quello di procurare profitti senza badare a:

• l’utilità sociale di quanto prodotto: va tutto bene (armi, pesticidi tossici per l’agricoltura, oggetti monouso in plastica…) purché procuri utili;

• la compatibilità ambientale dei processi produttivi: abbiamo ben presenti i disastri a danno di persone e territorio dall’ex ILVA di Taranto alla Nigeria e al Congo;

• il rispetto dei diritti sindacali e civili: pensiamo alle inique condizioni di lavoro dei dipendenti di Amazon o dei riders nei Paesi a capitalismo avanzato oppure a quelle ancora peggiori degli operai in Cina, Bangladesh, Thailandia… in cui sono fabbricati tantissimi prodotti, in gran parte per multinazionali USA e UE.

Scopo dell’istruzione, fino ad ora, è la formazione di cittadini quanto più possibile in grado di prendere parte attivamente alla vita sociale. Nella vita sociale è ovviamente compreso il lavoro, ma è altrettanto scontato che debba essere un lavoro conforme alle leggi e rispettoso dei diritti inalienabili che contrassegnano un’esistenza dignitosa.

Il fallimento degli ITS

È arduo esplorare il mondo degli ITS, a causa della loro opacità, nonostante siano soggetti al controllo dell’INDIRE, i cui dati più recenti purtroppo risalgono a 4-5 anni addietro.

Ci viene in aiuto l’inserto del Sole24ore (quotidiano di Confindustria entusiasta paladino degli ITS) del 24.3.2021, dedicato proprio agli ITS, che riporta dati relativi al 2020:

• gli ITS, gestiti da 102 Fondazioni, attivano 119 indirizzi, concentrati soprattutto al Nord;

• hanno 4.447 iscritti, ma non sono disponibili i dati di ben 26 corsi;

• gli ITS hanno ricevuto 75mln di euro dallo Stato nel 2020.

Il numero degli iscritti (che possiamo approssimare a 5.000, considerata la parzialità dei dati) son ben poca cosa a fronte del numero di studenti delle superiori o dei soli Istituti Tecnici e Professionali; impietoso è pure il confronto con gli oltre 900mila studenti degli ITS tedeschi. Difficile trovare stime certe di quanti hanno frequentato gli ITS dalla loro istituzione ad oggi: una cifra riportata da varie fonti si aggira sui 18.000 che corrisponde a meno dell’1% degli studenti che si sono diplomati nello stesso periodo. Anche rispetto al tasso di occupazione dopo il conseguimento del titolo gli ITS non sono particolarmente efficaci: secondo l’OCSE si attestano all’82%, rispetto all’83% delle lauree magistrali e del 73% delle triennali. Insomma un baraccone, tenuto in piedi con i soldi pubblici, che non risponde alle esigenze dei giovani italiani ma solo a quelle di un esiguo numero di aziende.

A fronte del descritto disastro, con il Recovery plan arriva il piano di salvataggio degli ITS attraverso:

• un finanziamento di 1,5 mld di euro;

• si annuncia “un’integrazione dei percorsi ITS con il sistema universitario delle lauree professionalizzanti”.

Difficile fare previsioni su come il governo interverrà a proposito delle lauree professionalizzanti e su come avverrà la proclamata integrazione degli ITS con l’università. Di sicuro c’è solo l’ulteriore finanziamento di un miliardo e mezzo per un baraccone privatistico rivolto a uno sparuto numero di studenti, mentre non abbiamo visto risorse sufficienti destinate a scuole e università pubbliche (frequentate da milioni di studenti) per reperire/costruire/ristrutturare spazi adeguati allo svolgimento delle lezioni.

Carmelo Lucchesi coordinatore della rivista COBAS

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