Home Politica scolastica L’Italia non crede negli investimenti in istruzione

L’Italia non crede negli investimenti in istruzione

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Fedele De Novellis, partner ed economista senior di REF Ricerche, scrive sul Sole 24 Ore una interessante analisi sulla scuola  italiana.

Lo fa partendo proprio dalla “sperimentazione finalizzata alla riduzione a quattro del numero di anni della scuola superiore”.

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Ciò che colpisce, specifica l’economista, sono gli argomenti portati a sostegno come il “più rapido ingresso dei giovani nel mondo del lavoro” tanto che “salvo che per pochi studenti più capaci, oltre un certo numero di anni il tempo trascorso sui banchi di scuola sarebbe uno spreco”.

“Eppure questo tipo di argomentazioni va in direzione contraria rispetto a quanto in genere ritengono gli economisti: un maggiore livello d’istruzione dovrebbe sortire effetti positivi sulla crescita dell’intero sistema e, per questa via, produrre migliori opportunità per tutti. Ed è per questo che dobbiamo preoccuparci per quanti nei prossimi anni studieranno un anno in meno cagionando, in tal modo, un danno a ciascuno di noi”.

 

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“D’altra parte, ha anche senso chiedersi perché in Italia il grado di fiducia sugli esiti degli investimenti in istruzione si sia così tanto deteriorato”, mentre “i titoli di studio sembrano avere avuto certamente un ruolo protettivo per i lavoratori più istruiti, riducendone la probabilità di disoccupazione. Ma è anche vero che non sempre i lavoratori hanno ottenuto percorsi di carriera soddisfacenti”.

“Negli ultimi anni”, scrive De Novellis, “ le pressioni sul bilancio pubblico hanno frequentemente portato a penalizzare proprio le voci della spesa pubblica che hanno un maggiore impatto sulla crescita. È ad esempio il caso degli investimenti pubblici o delle spese in ricerca e sviluppo.

Particolarmente penalizzata è stata proprio la spesa per l’istruzione, che in Italia non solo è tra le più basse d’Europa, ma costituisce praticamente uno dei pochi casi in Europa di contrazione in valore assoluto nell’ultimo decennio”, contrariamente a “tutti gli altri paesi dell’area euro a 12, nonostante le difficoltà dei bilanci pubblici, la crescita della spesa in istruzione non si è mai interrotta”.

“Vi è allora il concreto timore che gli orientamenti in tema di istruzione possano essere guidati più dal rendimento politico della spesa pubblica che dalla sua importanza nei processi di sviluppo. Ma nel lungo periodo questa scelta è miope anche dal punto di vista del ritorno elettorale. La tendenza a fare cassa riducendo la spesa in istruzione potrà forse aiutare a creare gli spazi per altre voci di spesa nel breve periodo, ma avrà effetti negativi sulla crescita nel medio termine e, in definitiva, ci farà stare tutti peggio.

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