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La cultura è diventata superflua?

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Partiamo dall’etimologia:

Cultura e coltura (dizionario etimologico)

Icotea

– coltivare, attendere con cura. Coltivazione se riferito a terreno e paese ma riferito all’uomo vale Istruzione e Buona educazione, e parlando di nazione Civiltà, esprimendo la cura assidua necessaria per ottenerla, pari a quella dell’agricoltore, per far sì che le piante ed erbe fioriscano, fruttifichino-

“cura assidua necessaria…per far si che le piante fioriscano, fruttifichino”. Oggi tutto sembra orientarsi nella direzione opposta, poiché nascono soprattutto centri commerciali, luoghi dove comprare oggetti, beni materiali, grandi catene dove puoi trovare qualunque cosa, ma sempre meno qualcuno che possa aiutarti o consigliarti nella scelta dei tuoi acquisti, è sconcertante osservare che contestualmente chiudono le biblioteche, le botteghe, i mercati, diminuiscono gli spazi verdi, si applicano tagli alla scuola, alla sanità…

Detto questo è lecito chiederci in quale epoca stiamo vivendo? Se siamo una civiltà evoluta? Se le conquiste dell’uomo bisogna sempre reputarle obsolete a vantaggio dell’epoca moderna? Ma cosa vuol dire moderno?

Torniamo all’etimologia:

– Moderno (dizionario etimologico) poco fa, al presente, odierno, che appartiene al nostro tempo, dei nostri giorni, che è secondo l’uso presente, nuovo.

“Che è secondo l’uso presente, nuovo”. Bene, se questo è il nuovo, se questo è il nostro tempo, a me non piace. Sono già sotto gli occhi di tutti gli effetti nefasti di quest’epoca “moderna”, i ragazzi sono nevrotici, difficili, sin da bambini mostrano molteplici problemi a cui abbiamo dato svariati nomi, come se bastasse catalogarli, definirli, per risolverli. Le persone sono sempre più stressate, oberate, i più deboli sempre più soli. Dunque guardiamo la realtà con la lente d’ingrandimento, le nuove generazioni ci stanno già presentando il conto, allora proviamo a guardarci negli occhi per cercare di trovare insieme soluzioni a questo scempio.

Quali risposte saremo in grado di dare a tutto questo malessere? Come cittadini, come genitori, come associazioni, come insegnanti, cosa lasceremo alle nuove generazioni? L’apertura di nuovi centri commerciali? Ne servono ancora? Anche a danno del commercio locale? Degli artigiani che fanno parte della storia di un territorio? Di quei negozi che hanno avuto cura di intere generazioni, assecondando gusti, accontentando clienti, di quelle imprese che hanno fatto grande la storia d’Italia nel mondo? Cosa ne resta oggi? L’EXPO’? Cos’è l’esposizione se non una grande vetrina? La vendita al miglior offerente.

Stiamo svendendo un intero territorio. Abbiamo abbandonato interi quartieri, li abbiamo lasciati al lento e silenzioso degrado, esposti agli sciacalli disposti a tutto pur di fare soldi, pronti a passare sulle teste di intere generazioni. Abbiamo lasciato da sole, nella disperazione, intere famiglie, dai dipendenti agli imprenditori, a combattere con una modernizzazione che falciava la loro storia, come se non fossero mai esistite.

Poco importa se al posto di una biblioteca, di un giardino pubblico, di una bottega sorgerà un ennesimo centro commerciale, vuol dire che i ragazzi dovranno incontrarsi in un bar, sotto le luci abbaglianti e i rumori assordanti delle grandi distribuzioni, dove le persone gravitano come mandrie selvagge. Poco importa se diminuiranno sempre più i luoghi pubblici, gli artigiani, le piccole e medie imprese, l’importante è rispondere alle logiche (disumane) di mercato.

Quando restituiremo ai bambini, ai ragazzi e ad ognuno di noi la cura che meritiamo? Luoghi silenziosi, dove sentirsi al sicuro, dove trovare persone che si prendono cura di altre persone, luoghi che possano essere fruiti da tutti, dove si è liberi d’incontrarsi, parlare, conoscersi, giocare liberamente, dove è possibile anche solo vedere persone spensierate, luoghi dove è possibile studiare, sperimentare l’accoglienza, dove la cultura è a costo zero. Cultura:”cura assidua necessaria per ottenerla, pari a quella dell’agricoltore, per far sì che la piante fioriscano, fruttifichino…”

La perdita di luoghi pubblici o di luoghi accoglienti equivale alla perdita di umanità, così come l’aumento dei grossi centri di distribuzione accresce il nostro disagio, quello di sentirci frastornati, bombardati da mille stimoli diversi, messi in un frullatore in cui ci illudiamo di decidere cosa acquistare, cosa mangiare, quale libro leggere. La logica di mercato a quali criteri risponde? Vendere. In quest’ottica è normale che diventi scomodo formare uomini e cittadini, bisogna generare consumatori. Ma noi dobbiamo per forza rispondere alle logiche di mercato? Pensiamo davvero che la cultura sia diventata superflua?

In Italia quando entri in un negozio, in un ufficio, qualcuno ti chiede come può esserti utile, in Piemonte, ad esempio, si usa dire: “Ha bisogno?” Non voglio pensare neanche per un attimo alla scomparsa di questa piccola e accogliente domanda.