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La decostituzionalizzazione della scuola arriva da lontano

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Nel corso di questa lunga campagna referendaria si è discusso di tutto, ma c’è un tema che forse non è stato affrontato con la necessaria attenzione: come  si intreccia la riforma costituzionale con l’autogoverno del sistema scolastico?

Ne parliamo con Stefano d’Errico, segretario nazionale Unicobas e profondo conoscitore della storia del nostro sistema scolastico

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In questi giorni di campagna referendaria – esordisce d’Errico – Ferdinando Imposimato ci ha segnalato un passaggio del dibattito dell’Assemblea Costituente proprio sul Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Padri costituenti del calibro di Parri, Calamandrei (già membro del Consiglio della P.I.), Codignola, Foa, Lussu, Malagugini, Bernini, nella seduta antimeridiana del 24 luglio 1947 presieduta da Terracini, protestavano per la protervia del Ministro democristiano Gonella, che aveva provocato le dimissioni di 23 membri su 36 per protesta sul suo operato relativamente al punto sulla conservazione in carriera o l’allontanamento dall’ambiente universitario dei professori nominati ‘per chiara fama’, e disposto singolari tempistiche e meccanismi elettorali, prevedendo l’eleggibilità di solo tre quarti dei membri.

Vicende lontane, che interesse possono ancora avere?


Se mi fa raccontare, vedrà che il nesso con il dibattito in atto è chiarissimo. Il riordino del Consiglio della P.I. era stato operato con decreto legislativo del Governo ‘inaudita altera parte’, persino senza parere del Consiglio di Stato (come invece s’era fatto per il Consiglio Superiore delle miniere). La data per le elezioni fissata d’estate al 26 Luglio, con un solo mese di campagna elettorale, ragion per cui se ne chiedeva almeno il rinvio. In Assemblea Costituente lo scontro fu pesante: il DC Giovanni Leone  affermava come  “non si possa sostenere che la disciplina del Consiglio Superiore abbia riferimento con la materia costituzionale” e rivendicava che sulla materia “bisogna lasciare un minimo di libertà di organizzazione legislativa.

Se ben capisco il punto dirimente era: il Consiglio superiore deve essere organo costituzionale o no?


Proprio così. Benedetto Croce intervenne in Assemblea per affermare:  “Gonella  ha adottato un metodo, che dirò imperatorio nel sentimento e precipitoso nell’esecuzione; e anche di questo è prova la riforma del Consiglio Superiore, alla quale ha avuto un anno intero per pensare e che ha attuato con un decreto urgentissimo, togliendo all’Assemblea il respiro per esaminarlo e criticarlo ed emendarlo”. 
Parri  (Partito d’Azione) ribadì infine di “Mantenere l’invito a sospendere l’esecuzione del provvedimento, insistendo nel sottoporre il nuovo ordinamento all’Assemblea Costituente”, nonché a “risolvere la vertenza con l’attuale Consiglio Superiore”. Come riportano gli annali, la mozione Parri passò, a scrutinio segreto, con 218 voti a favore e 194 contro.

Quindi secondo i nostri padri costituenti il sistema scolastico avrebbe dovuto avere fin da subito un proprio Consiglio superiore analogo a quello della Magistratura, un vero e proprio organo di autogoverno con ampio potere di regolamentazione sia sul sistema sia sulla professione docente


Esattamente, ma sappiamo tutti come andò a finire: il Consiglio ebbe vita travagliata sino al 1974, quando, col DPR 416 se ne ricostruì il senso (ma sempre con elettività parziale e titolo consultivo, con l’eliminazione persino di quei pochi ambiti nei quali il parere dell’organismo era vincolante).
Peraltro anche la riforma del 1974, disegnata da Misasi, era destinata ad avere una vita molto breve. Grazie all’autonomia i Consigli Scolastici Provinciali e di distretto non esistono più dal 2000 ed il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione non è più stato eletto dal 1997 al 2015 (attuale Consiglio Superiore, ben poco attivo): se avessero tolto organismi di tale importanza a qualsiasi altra categoria professionale ci sarebbe stata un’insurrezione, mentre noi abbiamo avuto persino il ministro Berlinguer, poi fautore della ‘Buona scuola’ renziana, che intendeva ‘valutarci’ a quiz, come poi imposto agli studenti con il dozzinale metodo Invalsi.

Insomma secondo lei la “decostituzionalizzazione  della scuola arriva da lontano


Certamente, ed è il risultato di decenni di politiche che hanno trasformato la scuola da istituzione (costituzionale) in mero ‘servizio’ (a proprio uso e consumo), con una progressiva opera di deprofessionalizzazione, immiserimento e mortificazione dei docenti, già ben avviata negli anni ’80 col placet dei sindacati pan-operaisti e pan-impiegatizi.
E così per esempio  si costruisce un liceo scientifico senza il latino, ci si inventa la ‘geostoria’, si toglie spazio alle lettere, si costruisce una scuola di stampo statunitense (dove queste sono considerate materie di mero approfondimento universitario). E si arriva alla scuola-quiz (altro che ‘nozionismo’!!!), alla scuola-emporio, inseguendo i gusti perversi del mercato, e trasformando gli studenti in consumatori.

Come se ne esce?


E’ semplice:  tutta questa vergogna va rottamata. Al contrario dei Cobas, per i quali chi opera nella scuola non va distinto dal mondo impiegatizio, l’Unicobas vuole uno specifico contratto scuola fuori dall’area del pubblico impiego (dove non esistono le responsabilità penali che gravano su chi a che fare con minori) e l’istituzione di un Consiglio Superiore della Docenza (con diramazioni provinciali), adibito a garantire, così come per la Magistratura, la deontologia, una vera autonomia professionale e la terzietà della Scuola pubblica, proprio come auspicato 70 anni dai padri costituenti. Senza tutto ciò la privatizzazione della scuola e la sua subordinazione alle caste della politica ed agli interessi economici di parte, è sicura.

Ma stiamo già parlando di contratto, la questione si amplia e merita un approfondimento, ne parleremo più avanti

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