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La guerra nel cuore dell’Europa

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L’autocrate Putin ha deciso di intervenire militarmente in Ucraina, usando l’alibi del sostegno alle due autoproclamatesi repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk, rischiando di trascinare in un conflitto incontrollabile l’intera Europa: un’operazione militare non giustificabile, nonostante l’obiettivo dichiarato sia la protezione della popolazione russofona dalle bande neonaziste, e che di fatto si manifesta come un tassello dell’espansionismo grande-russo con mire imperiali.

Le dichiarazioni di Putin sono chiarissime:

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1) “l’Ucraina è uno stato terrorista che non esiste, è stato creato dalla Russia”; l’errore sarebbe stato commesso da Lenin e dai bolscevichi che erano “fissati” con i problemi delle nazionalità e volevano garantire l’autodeterminazione dei popoli;

2) lo stesso errore Putin ha addebitato a Lenin per quel che riguarda le altre repubbliche circostanti, alle quali “Lenin e i bolscevichi hanno dato troppo potere”, riferendosi in particolare a Estonia, Lettonia e Lituania, con toni minacciosi. L’altro protagonista della guerra portata nel cuore dell’Europa, la NATO, costituitasi in nome della “difesa dell’Europa dalla minaccia sovietica”, ha continuato ad esistere anche dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e perfino dopo la dissoluzione dell’URSS e delle cosiddette “democrazie popolari” dell’Est europeo, rappresentando negli ultimi trent’anni il maggiore fattore di destabilizzazione ben oltre l’Europa, in Medio Oriente (Libano, Siria, Irak), in Nord Africa (Libia), in Kossovo, nella penisola arabica (Yemen), in Afghanistan e altrove.

La precipitazione della situazione imposta dalla Russia va tuttavia inquadrata in un contesto più generale: e in particolare una sfida decisiva si sta sviluppando nel quadrante del Pacifico e dell’Asia Orientale. Da tempo la Cina rivendica la sovranità sul Mare Cinese meridionale provocando allarme nei Paesi limitrofi; assieme alle questioni Taiwan e Hong Kong, tale rivendicazione ha reso l’area Indo-Pacifica un polo geo-politico nevralgico, in grado di ri-disegnare gli equilibri internazionali politici, economici-commerciali e militari. La mossa di Putin di riconoscere le repubbliche del Donbass, annettendole di fatto alla Russia, pur presentata come necessaria per impedire l’allargamento della NATO fino ai propri confini, sta avendo l’effetto di spostare improvvisamente le tensioni dall’area Indo-Pacifica all’Europa. Occorre comunque distinguere la responsabilità del blocco euro-atlantico USA/NATO nella destabilizzazione dell’Est Europa dalla decisione russa nella precipitazione della crisi: da una parte il già citato allargamento a Est di un’alleanza con propensione aggressiva come la NATO, dall’altra la Russia che si è ripresa pezzi della Moldova e della Georgia, ha sottomesso la Bielorussia, ha annesso la Crimea e ora le due repubbliche del Donbass ucraino. Inoltre, alla politica di potenza statunitense e dei Paesi europei (Francia, Italia, Inghilterra) nel Mediterraneo, la Russia ha risposto insediandosi in Libia e in Siria. Infine, mentre l’Ucraina non è entrata a far parte della NATO, le Repubbliche del Donbass sono di fatto annesse alla Russia: un attacco USA con la giustificazione della difesa dell’Ucraina sarebbe dunque considerato un attacco alla Russia, con tutte le conseguenze del caso. Non dimentichiamo infine le conseguenze sull’Unione Europea, i cui i Paesi, l’Italia in particolare, hanno un ruolo strategico non tanto sul piano politico-diplomatico (ove appaiono comparse impotenti) quanto su quello militare. La presenza di basi operative NATO e USA nei nostri territori (Aviano e Ghedi -con testate nucleari-, Camp Darby, MUOS di Niscemi, Sigonella, base navale di Augusta) rende la nostra penisola un obiettivo sensibile per eventuali ritorsioni, ma soprattutto ci vede trascinati nel rischio di un possibile intervento armato.

In ogni caso, oltre le distruzioni dirette provocate dalla guerra, le ricadute economico-sociali potrebbero essere terribili:

1) l’Italia è il Paese più fragile sulla questione energetica (il 45% del fabbisogno proviene dal gas estero, in particolare dalla Russia): il resto dell’Europa, in qualche modo, può fronteggiare la crisi energetica, ricorrendo al carbone e all’energia atomica, mentre l’Italia può entrare in una crisi micidiale per la problematicità degli approvvigionamenti e il rincaro esponenziale delle materie prime, dei prodotti fossili, del gas;

2) le conseguenze maggiori sarebbero pagate dalle classi popolari e da lavoratori e lavoratrici con i rincari esponenziali delle tariffe e delle bollette, e con il possibile aggravamento della situazione occupazionale per il fallimento di aziende strangolate dai costi triplicati (almeno) delle materie prime e dell’energia per la produzione;

3) di fronte ai progetti europei di rinuncia al fossile, è difficile pensare che Paesi, la cui economia dipende in prevalenza dall’esportazione di gas e petrolio, non reagiscano;

4) quanto sta accadendo metterà a serio repentaglio l’annunciata transizione ecologica.

Per tutti questi motivi, è necessario che il movimento pacifista e contro la guerra riprenda voce ed esprima senza se e senza ma il completo rigetto, il totale ripudio della guerra come strumento per dirimere le controversie tra Stati e i contrasti internazionali: non un soldato, non una base, nessun finanziamento (ulteriore) a operazioni belliche in Est Europa.

Esecutivo nazionale Confederazione COBAS

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