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La scuola e gli immigrati

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Quale ruolo gioca il livello di istruzione degli immigrati per la loro integrazione nel paese ospitante? Molto se si considera la probabilità di occupazione e di redditi.

In Inghilterra, Irlanda, Norvegia e Svezia la percentuale di immigrati con istruzione universitaria è più alta rispetto alla popolazione nativa, mentre il contrario accade in Belgio, Finlandia, Italia e Spagna. In paesi come il Canada e l’Australia, gli immigrati di seconda generazione presentano livelli di competenza nei test superiori a quelli dei nativi. La diversità delle situazioni dipende da numerosi fattori, come ad esempio le politiche di immigrazione adottate, l’organizzazione del sistema scolastico e le politiche in materia di istruzione.

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In Italia, il numero di studenti stranieri è passato da 196.414 nel 2001-2002 (2,2 per cento della popolazione scolastica complessiva) a 814.187 nel 2014-2015 (9 per cento del totale). Molti sono in ritardo rispetto al regolare percorso di studi (circa il 14 per cento degli iscritti alla scuola primaria contro l’1,9 per cento degli studenti italiani nel 2013-2014), non parlano l’italiano in casa (45 per cento) e provengono da condizioni socio-economiche svantaggiate (solo il 5 per cento ha un padre laureato).

Esaminando i loro risultati nei test Invalsi, si riscontra un divario di circa 10 punti nella prova di matematica e di circa 14 punti nella prova di italiano (studenti della quinta classe primaria nel 2012-2013). Il gap si riduce a 9 e a 13 punti (rispettivamente per matematica e italiano) se si controlla per la lingua parlata in casa e scende ulteriormente (a circa 3 e a 5 punti) se lo si fa anche per le condizioni socio-economiche della famiglia (misurate considerando la condizione occupazionale dei genitori, la disponibilità di un luogo adatto per studiare, il numero di libri disponibili in casa). 

 

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Il divario scolastico tra nativi e immigrati in Italia, spiega La Voce.info,  è in gran parte spiegato dalla padronanza della lingua e dalle differenti condizioni socio economiche (diversamente da quanto accade in Finlandia, Austria Belgio, dove si riscontrano grandi differenze tra immigrati e nativi anche a parità di condizioni familiari). 

Occorre allora intervenire per compensare il deficit prodotto da condizioni familiari avverse, sia per gli immigrati che per i nativi, anche per contrastare la dispersione scolastica. In Italia ben il 17,75 per cento dei giovani sotto i 25 anni non completa le scuole superiori, ben al di sopra dell’obiettivo UE del 10 per cento (dati Ocse). La percentuale è superiore al 20 per cento se si considerano i giovani residenti nelle regioni del Sud (25 per cento per la Sardegna) e i cittadini stranieri (33 per cento). 

L’importanza delle condizioni familiari avverse solleva anche il problema di quali politiche di lungo periodo attuare nei confronti dei flussi migratori. Mentre infatti non è possibile scegliere le caratteristiche familiari dei nativi, è possibile orientare la composizione degli immigrati, ad esempio cercando di attrarre dall’estero individui con buon capitale umano. Politiche di questo tipo sono attuate da tempo in paesi come il Canada, l’Australia e in parte negli Stati Uniti 2014), ma non nella gran parte d’Europa, compresa l’Italia

Quale ruolo gioca il livello di istruzione degli immigrati per la loro integrazione nel paese ospitante? Molto se si considera la probabilità di occupazione e di redditi.

In Inghilterra, Irlanda, Norvegia e Svezia la percentuale di immigrati con istruzione universitaria è più alta rispetto alla popolazione nativa, mentre il contrario accade in Belgio, Finlandia, Italia e Spagna. In paesi come il Canada e l’Australia, gli immigrati di seconda generazione presentano livelli di competenza nei test superiori a quelli dei nativi. La diversità delle situazioni dipende da numerosi fattori, come ad esempio le politiche di immigrazione adottate, l’organizzazione del sistema scolastico e le politiche in materia di istruzione.

In Italia, il numero di studenti stranieri è passato da 196.414 nel 2001-2002 (2,2 per cento della popolazione scolastica complessiva) a 814.187 nel 2014-2015 (9 per cento del totale). Molti sono in ritardo rispetto al regolare percorso di studi (circa il 14 per cento degli iscritti alla scuola primaria contro l’1,9 per cento degli studenti italiani nel 2013-2014), non parlano l’italiano in casa (45 per cento) e provengono da condizioni socio-economiche svantaggiate (solo il 5 per cento ha un padre laureato).

Esaminando i loro risultati nei test Invalsi, si riscontra un divario di circa 10 punti nella prova di matematica e di circa 14 punti nella prova di italiano (studenti della quinta classe primaria nel 2012-2013). Il gap si riduce a 9 e a 13 punti (rispettivamente per matematica e italiano) se si controlla per la lingua parlata in casa e scende ulteriormente (a circa 3 e a 5 punti) se lo si fa anche per le condizioni socio-economiche della famiglia (misurate considerando la condizione occupazionale dei genitori, la disponibilità di un luogo adatto per studiare, il numero di libri disponibili in casa). 

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Occorre allora intervenire per compensare il deficit prodotto da condizioni familiari avverse, sia per gli immigrati che per i nativi, anche per contrastare la dispersione scolastica. In Italia ben il 17,75 per cento dei giovani sotto i 25 anni non completa le scuole superiori, ben al di sopra dell’obiettivo UE del 10 per cento (dati Ocse). La percentuale è superiore al 20 per cento se si considerano i giovani residenti nelle regioni del Sud (25 per cento per la Sardegna) e i cittadini stranieri (33 per cento). 

L’importanza delle condizioni familiari avverse solleva anche il problema di quali politiche di lungo periodo attuare nei confronti dei flussi migratori. Mentre infatti non è possibile scegliere le caratteristiche familiari dei nativi, è possibile orientare la composizione degli immigrati, ad esempio cercando di attrarre dall’estero individui con buon capitale umano. Politiche di questo tipo sono attuate da tempo in paesi come il Canada, l’Australia e in parte negli Stati Uniti 2014), ma non nella gran parte d’Europa, compresa l’Italia