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La scuola arranca per colpa di disabili, dsa, stranieri: mettiamoli in classi speciali! Galli della Loggia sa che al liceo già non ci sono?

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Nel 2023 rimpiangere le scuole speciali, per fortuna scomparse a metà anni Settanta, appare quasi una provocazione. Se però a farlo è un editorialista del primo quotidiano italiano, allora vale la pena di fermarsi e riflettere. Ancora di più se si sostiene che i mali della scuola italiana si possano eclissare andando a creare classi differenziali, con i “bravi” studenti tutti appassionatamente assieme, e invece gli allievi “disturbatori”, stranieri e con limiti d’apprendimento, da relegare in gruppi a parte magari in scuole di serie B.

Sei d’accordo a tornare alle classi speciali? SONDAGGIO

Degli “errori” lessicali presenti nell’“elzeviro” del professore Ernesto Galli della Loggia ha già scritto il nostro Reginaldo Palermo, il quale ha sottolineato, “pur con il rispetto dovuto ad un professore di storia di indubbio prestigio”, perchè il suo intervento contiene“non poche ‘imprecisioni’, oltre che qualche caduta di stile linguistico”.

Ma oltre alla poco perdonabile confusione sulle competenze del docente di sostegno e sui disturbi di apprendimento, non si comprende qual è la scuola che vorrebbe Galli della Loggia: probabilmente quella composta da classi differenziali, con gruppi di studenti associati in base ai loro talenti (per dirla col ministro Giuseppe Valditara) e alle loro problematiche di apprendimento.

A parte il fatto che questo modello scolastico risulta superato, normativamente e pedagogicamente parlando, esattamente da mezzo secolo, come si fa a pensare di ritornare alla scuola del dopoguerra in una società e una scuola profondamente mutata?

Durante il boom economico degli anni Sessanta, quando ancora si praticava la “pradella” tanto cara al professore, gli stranieri in Italia rappresentavano una percentuale ridicola rispetto a quella d’oggi. Per non parlare degli alunni con disabilità, che venivano sistematicamente lasciati nelle mura domestiche piuttosto che condotti a scuola. E che dire degli alunni Dsa, riconosciuti per via legislativa da meno di tre lustri?

L’editorialista probabilmente non sa che proprio questi alunni – non italiani, con disabilità e disturbi d’apprendimento – sono gli unici che continuativamente fanno risultare incrementi di iscritti: mentre i normodotati, tra i quali figurano al 99% gli allievi “meritevoli” che dovrebbero sviluppare al meglio la didattica e garantire maggiori risultati in termini di apprendimento, risultano in caduta libera. Del resto è un dato inequivocabile che abbiamo ben oltre 100 mila iscritti in meno l’anno da diverso tempo.

Invece, gli alunni con disabilità stanno arrivando a quota 350 mila, i Dsa hanno raggiunto una quantità simile (si parla di medicalizzazione degli alunni ma tanto è) e poi abbiamo circa un milione di stranieri che frequentano con più meno regolarità le nostre scuole. In tutto, quindi, parliamo di un milione e mezzo e oltre di alunni. Quelli che Galli della Loggia sembra additare quasi come “colpevoli” dei risultati deludenti certificati delle conoscenze in media sempre più ridotte dei nostri allievi in uscita delle superiori, come confermato annualmente e in modo sempre più evidente dall’Invalsi.

Per comprendere che le cose non stanno così basterebbe ricordare che nei licei, in particolare il Classico e lo Scientifico, gli studenti stranieri, con sostegno o limiti di apprendimento sono presenti in numero ridottissimo (mentre pullulano negli istituti tecnici e professionali): quindi, una sorta di suddivisione tra studenti “migliori” e “peggiori” (a livello di competenze da fare proprie) già esiste.

Peccato che anche dal liceo (dove gli studenti “rallentatori” scarseggiano) escono allievi con competenze, conoscenze e capacità sempre più deludenti (anche se non dappertutto, perché nel Nord-Est ad esempio siamo in perfetta media Ue). E allora? Praticare il modello scolastico auspicato dell’editorialista del Corriere della Sera significherebbe, in definitiva, tornare alle classi ghetto o speciali, senza nemmeno centrare lo scopo.

C’è poi un ultimo aspetto su cui soffermarsi. Che scuola sarebbe quella composta da allievi “simili”, per interessi o dna? Come si potrebbe puntare al potenziamento del ragazzo? La crescita culturale e umana, è risaputo pure a livello scientifico, passa per l’interazione tra diversi: chi sta dietro impara e chi sta avanti sostiene e cresce in parallelo.

Pensare di lasciare nell’aula accanto o di sopra gli allievi disabili, gli stranieri e i Dsa gravi sarebbe inoltre un insulto all’Unione europea che ci chiede di ridurre drasticamente il numero di alunni che non arrivano al diploma di maturità. Ma soprattutto si centrerebbe la peggiore sconfitta per tutti. Ad iniziare dagli stessi allievi. E anche per gli studenti con maggiori potenzialità, che avrebbero qualche competenza in più (ma è questa ma missione della scuola?), senza però più garantire i benefici di crescita enormi che provengano dall’interagire con quello che in sociologia viene definito “l’altro da sé”.

Come sarebbe un pericoloso arretramento per i tanti che ogni giorno (docenti e dirigenti scolastici in testa) ancora lottano perché la scuola sia luogo di condivisione e di crescita comune, senza lasciare indietro ed escludere nessuno. Alla don Milani, per capirci, perchè è questa la forza della scuola.

In conclusione, perchè le classi eterogenee rappresentano la risposta migliore a quelli che pensano che l’inclusione (pur con mille difficoltà da superare) debba essere derubricata come mero “mito” da superare.