Home I lettori ci scrivono La scuola: l’altro braccio della Società Civile

La scuola: l’altro braccio della Società Civile

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Per sette anni sono stato un precario della scuola: ogni anno era un terno a lotto e speravo che almeno una cattedra o delle ore potessero essermi assegnate, perché significava lavoro e punteggio per salire i gradini della graduatoria. E non erano i tempi dell’on line, per cui se non stavi attento rischiavi di essere sorpassato dall’amica o dall’amico degli amici, e nessuno a telefonare o inviare un telegramma per la convocazione che attendevo.

Poi Il doppio canale, che sbaraglia tutti, e frantuma il sogno di tanti, compreso me: per pochi giorni, o per un mese mancante ai 360 giorni necessari per partecipare alla lotteria: e pensare che in principio era stato pensato come sanatoria e quindi bastavano 180 gg, ma un emendamento della Dc cambiò le carte in tavola: a qualcuno era necessario per ruolizzare parenti o appunto amici (la politica è questa).

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Poi dopo 5 anni di assenza dalla Scuola, immesso in ruolo ai sensi della Legge _ L. 124 /99. Sono trascorsi 34 anni circa, e molto o tutto è radicalmente cambiato tanto da non trovare più la traccia di quell’entusiasmo misto ai sogni da “L’attimo fuggente” si trasforma nell’ attimo utile per fuggire (pensione, magari!) da una Scuola che non riconosco più: perché divenuta azienda pubblica, con operai fantozziani, in un sistema da industria fantozziana: e tutto va bene (guai a dire il contrario…).

Mi vengono in mente le dichiarazioni del M5S dinanzi allo sfacelo della 107 di Renzi ( che doveva sistemare sua moglie):  https://youtu.be/1t7qeH1E-oA, e ascolto oggi le stesse voci dai suoni completamente differenti: assolutezza sul bandire concorsi che sono spendio di soldi, e che forse non saranno mai espletati (grazie anche al Covid-19), mentre una scia infinita di precari che hanno avuto modo di esperire la loro formazione come docenti tra i banchi di scuola, sono surclassati da una filosofia selettiva, e non di certezza garantista.

E noi, DOCENTI?. Ancora una volta asserviti in nome di una dietrologia che ci presenta al pubblico ludibrio come coloro che tanto obbligandoli asservono: la DAD obbligatoria cosa altro potrebbe non essere? Tutti ci lamentiamo, comprendendo la radicalità di una metodologia che nulla a che vedere con la Scuola quale mondo di relazioni, di conoscenze e saperi a confronto, di competenze e apprendimenti sul luogo dell’essere e della crescita della persona chiamata uomo:  [invero] lavoriamo con impegno per motivi dettati dalla nostra sensibilità professionale e soprattutto umana (siamo padri e madri, e comunque persone) e quindi attenti e comprensivi del disagio che oggi tutti i soggetti che ruotano e costituiscono la Scuola vivono: e questi nostri studenti che comunque sono presenti nelle ore in cui si richiede la loro visibilità virtuale, grazie alla quale si lasciano andare ad un emozione spontanea di ritrovarsi e riconoscersi tra loro compagni e noi docenti, avvertendo il distacco che il Covid-19 ha prodotto,  nel sorriso del potersi per un attimo ritrovare e come un essere in  aula sentirsi in quell’abbraccio familiare e rispettoso dei ruoli.

Ma tutto resta un grido silente, timorato, perché così lo vuole la Politica, così lo vuole il delirio di onnipotenza, così poi anche i Sindacati, malgrado il loro non presentarsi al tavolo il 15 Aprile scorso, accompagnata da una diffida alla Ministra (solo la UIL), forse consci che altro non si può fare: perché non indicono uno sciopero nazionale “virtuale”, cioè perché non stoppare le nostre giornate al computer in video chiamate, o al cellulare, o su uozzap? Sarebbe una dichiarata forte segnalazione di protesta, di grido ad una azione politica sorda, sempre più sorda alle esigenze della Scuola tutta.

Ma noi non siamo un corpo coeso, purtroppo: e oggi più che mai viviamo in un clima di paura. Paura che un o una Ds possa con la sua azione delegittimare la nostra e il nostro dissenso. Paura di restare soli e all’angolo di una eroicità che tanto e comunque non paga. Noi che forse non abbiamo mai avuto il coraggio.

Noi non siamo i METALMECCANICI, altrimenti non saremmo a questo punto, in questa triste situazione.

Mi inchino, e sicuramente tutti ci inchiniamo, dinanzi all’impegno del Corpo sanitario di questo Paese, e ci genuflettiamo in silenzio, nel dentro di una preghiera, dinanzi a quelle morti sociali e sanitarie che testimoniano la dignità e la sensibilità che una coscienza soggettiva e collettiva sa esprimere in un momento di necessità personale e comunitaria.  Ma forse anche la Scuola in questo momento, nell’espressione di un impegno che trovandosi impreparato ce la mette tutta, e a proprie spese, affinché non si spezzi quel filo conduttore che è poi l’essenza e l’essere stesso della Scuola, meriterebbe un faro in più.

Non siamo eroi, e non vogliamo essere riconosciuti come tali, sarebbe un’offesa ad altri eroismi, ma siamo un costitutivo portante per questo Paese, siamo l’altro braccio sociale senza il quale l’Italia camminerebbe zoppicante: del resto da dove sono sempre prosciugati o deragliati i soldi in caso di crisi: Sanità e Scuola.

Spero che la didattica a distanza non si risolvi ad essere la modalità portante della didattica (ma soltanto una componente), e soprattutto mi auguro che l’umiltà socratica fiorisca nei meandri del Potere Decisionale, e così si raggiunga il doveroso compromesso, che non è un acconsentire elemosinate, che spesso traduciamo come sanatoria, ma un riconoscimento dei diritti umani e Costituzionali.

Mario Santoro