Home I lettori ci scrivono La scuola non promuove. Non boccia. Ma certifica le competenze

La scuola non promuove. Non boccia. Ma certifica le competenze

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In Italia la percentuale di alunni bocciati è ai minimi storici, in  molti gridano allo scandalo e accendono il dibattito sulla valutazione che, in quanto condizione indispensabile del lavoro educativo, dovrebbe servire per far emergere i problemi e le difficoltà e contribuire al successo e all’efficacia dell’azione didattica.

Anche se non è facile la difesa di giovani inappetenti dal punto di vista culturale, privi di stimoli e ambizioni, è una errata concezione pensare di poter risolvere i problemi della scuola con la bocciatura:  la prospettiva di norme più rigide e severe non condurrebbe a nulla.

La bocciatura, infatti, è una opzione che solo in casi eccezionali potrebbe  far registrare  dei cambiamenti significativi. Un’educazione al servizio dell’uomo dovrebbe, in primo luogo, concentrare i suoi sforzi per la realizzazione di  una scuola asservita non a logiche burocratiche e di conservazione tese ad annientare uguaglianza, giustizia, partecipazione, ma a scelte che possano aprire  le porte verso un nuovo  futuro, verso un nuovo progresso sociale.  Si tratta di promuovere lo sviluppo e il progresso di riforme in grado di offrire agli studenti una risposta alle loro attese e  dare al sistema formativo scolastico, la capacità di rispondere ai problemi di una scuola di tutti e per tutti.

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“L’uomo è una cosa sacra a cui a nessuno è permesso di recar danno”. Queste parole pronunciate da un grande pensatore polacco dovrebbero farci comprendere che non possiamo dimenticare che la frequenza della scuola è la condizione essenziale per preparare tutti ad affrontare e risolvere ragionevolmente i problemi.

In una scuola moderna il retaggio arcaico della promozione o della bocciatura deve essere superato con l’eliminazione dei voti e  una maggiore attenzione ai bisogni degli alunni, capace di coniugare competenze, esperienze, personalità, maturazione crescita.

Un compito enorme sta di fronte agli educatori che sono chiamati ad assumersi verso le nuove  generazioni  nuovi compiti  che obbligano ad una guida globale dei giovani.
Gli educatori non possono dubitare un solo attimo del fatto che la personalità non è mai qualcosa di definitivo e immutabile. Perciò, se vogliamo comprendere appieno il senso e il valore dell’educazione, dobbiamo considerare un’unica  possibilità: quella che ci conduce nel profondo delle forze che contribuiscono alla costruzione di un futuro diverso dal presente.

Modelli educativi e di vita che esortano e costringono ad una incessante corsa verso l’alto e alla rivalità di tutti contro tutti, fa sì che la distanza tra aspirazioni e successi ottenuti aumenti continuamente, e la vita dell’uomo sia sempre più soggetta a frustrazioni che sollecitano alla fuga e all’insuccesso e spingono a scorgere in ognuno il nemico.

Perché l’educazione e gli educatori si ostinano a  ignorare questa problematica? Perché valutano l’esperienza scolastica unicamente sotto l’aspetto dell’ accrescimento e della forza che in futuro possa assicurare il successo? Ogni atto è importante per potersi arrampicare più su.

La vita dell’uomo non è rinchiusa solo nelle categorie del successo. Esiste anche la categoria dell’attività. Un’attività che si dispiega su un orizzonte molto più ampio dei compiti che siamo soliti definire  con le parole “impegno” e “partecipazione”. Quelli che la scuola considera e tratta da svogliati e sfaticati, sono  in realtà ragazzi  privi di un posto in una  scuola che  ha difficoltà ad essere concreta e reale.

Un orientamento e un percorso scolastico ben strutturato, deve raggiungere, con umile comprensione, tutti, deve accompagnarli perché scoprano la via migliore per superare le difficoltà, deve guardare ciascuno non dall’alto, ma “da accanto”, per restituire dignità e valore alla persona attraverso l’ educazione alla differenza.

A questo punto l’ impegno e la volontà a chinarsi su tutte le differenze per  costruire  rapporti faticosi, ma aperti alle sfide e animati dal coraggio di voler affrontare il doloroso problema dei rifiuti e degli scarti  in una società e in una scuola dove, purtroppo, le differenze producono ancora disuguaglianza e dominio, deve afferrarci e portarci oltre i nostri limiti.

Il vero educatore non promuove e non boccia, ma accoglie, dialoga, si confronta, collabora e si impegna perché il valore delle idee di tutti gli alunni possa essere concretamente  spendibile nella società.

Il solo imperativo pedagogico deve essere quello di stare insieme, di crescere insieme, di sentire insieme, per accettare e  vincere ogni sfida, per fare di ogni alunno un uomo libero di scegliere.

Per  porre fine alla catastrofe dell’ignoranza, la politica della bocciatura, anche se può accogliere ampi consensi, serve a poco.  È  indispensabile, invece,  un orientamento educativo che possa porsi al servizio di  quelle forze, di quelle realtà  ancora troppo deboli e imperfette, che hanno bisogno non di essere annullate o disperse, ma guarite, ripensate, rinnovate e valorizzate attraverso il dinamismo della vita.

E, oggi,  è  veramente questo  il  grosso  dilemma  della scuola,  dell’educazione e della società: recupero o abbandono, morte o vita.

Può un educatore dubitare per un solo attimo della scelta da compiere?

La serietà dell’impegno deve essere evidente e  deve attizzare vampate di orgoglio capaci di irrobustire l’albero della conoscenza  attraverso l’armoniosa sintesi di pensiero e azione, di competenza e conoscenza e, soprattutto, attraverso la bellezza della varietà dei doni e dei carismi.

Alla fine del percorso, dunque, non benevole, provvidenziali, commoventi conclusioni di  immeritate promozioni o meritate bocciature, ma rispetto delle misteriose vie  della mente umana che, in qualsiasi momento della vita,  può sorprendere o deludere.

La scuola non deve promuovere o bocciare, ma portare avanti con coraggio, dedizione e perseveranza la sua opera di servizio.

 

Fernando Mazzeo