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La scuola perduta delle ragazze islamiche

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Andare a scuola in Italia per molte ragazzine delle comunità islamiche non è affatto un diritto acquisito e a dirlo sono i dati del Miur sulle frequenze e gli abbandoni scolastici.

Infatti nella casistica viene dimostrato che egiziane e senegalesi, bangladesi e pakistane alla soglia dell’adolescenza vengono ritirate troppo più spesso dei coetanei maschi; e poi sono rinchiuse in casa, instradate su quel percorso che, statisticamente, ne trasforma poco dopo in Neet sette su dieci: giovani donne tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, «imparano a essere buone madri e buone casalinghe, perché questa percezione è tuttora ancorata profondamente», come dice il segretario generale della Grande Moschea di Roma e voce politica dialogante dell’Islam italiano: «Certo, alcuni di questi dati stupiscono, eccome».

 

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Dei nove gruppi non comunitari a maggiore dispersione scolastica, riporta Il Corriere della Sera, sei provengono da Paesi di religione islamica: Egitto, Bangladesh, Senegal, Pakistan, Tunisia e Marocco. I tre gruppi non musulmani invece: Sri Lanka, Cina e India, pur avendo bassi numeri di presenza tra i banchi, mantengono sostanzialmente invariato il rapporto di abbandono tra maschi e femmine — circa uno a uno — dalla scuola d’infanzia fino alla secondaria di secondo grado; così come accade ai due gruppi provenienti da Paesi musulmani ritenuti più permeabili alle istanze occidentali, Marocco e Tunisia.

Lo scenario cambia parecchio per gli altri quattro gruppi di religione islamica, tra i quali, dopo le primarie, le ragazze cominciano a diminuire velocemente sino a scendere a percentuali assai più basse nelle secondarie.

Il 33 per cento del totale le egiziane, il trentasei le senegalesi. Parliamo di scarti tra i 16 e 13 punti percentuali rispetto alla media degli studenti non comunitari. Che nell’Islam la questione femminile sia aperta drammaticamente è insomma chiaro sin dalle nostre aule.

A Roma sarebbero stati segnalati casi di famiglie del Bangladesh che non mandavano le figlie a scuola, ma il vero problema, dice un Imam al Corriere “sta qui in Italia, nella diaspora delle nostre famiglie. Molti bambini senegalesi in Italia sono affidati agli assistenti sociali, si fanno ricongiungimenti familiari con matrimoni che non funzionano”. Se poi qualcuno si radicalizza costruendo steccati, questo non so dirlo».

Secondo un rapporto del Miur «il rischio di abbandono della scuola colpisce i ragazzi con background migratorio in misura maggiore degli italiani, nella scuola primaria come in quella secondaria: più dell’80 per cento dei ragazzi di origine straniera a rischio dispersione nelle scuole secondarie è rappresentato da ragazzi nati all’estero». Si parte male, già dai livelli di frequenza prescolare «di 10 punti più bassa». Poi, il gap di genere acuisce le distanze, fino a quella categoria dolente di giovani tra i 15 e i 29 anni che i sociologi chiamano Neet. Il fattore genere tra i Neet è assai evidente. Secondo i rapporti del ministero del Lavoro, le «quasi sette ragazze su dieci di origine egiziana» che appartengono a questa categoria vanno raffrontate ad appena un coetaneo su dieci nella medesima condizione.

Il fenomeno delle Neet tocca pesantemente anche la comunità più numerosa in Italia, quella marocchina, col 67,8 per cento delle ragazze sul totale della comunità femminile tra i 15 e i 29 anni. «Ci sono comunità portate alla chiusura, che temono l’occidentalizzazione delle ragazze. La scuola aprirebbe loro gli occhi, c’è chi preferisce tenerle fuori dal circuito». E ci sono ragazze che hanno pagato con la vita il loro desiderio di integrarsi in Italia

«In Italia», dicono gli esponenti della comunità marocchina, «gli egiziani sono molto radicali e vicini alla Fratellanza musulmana. Ma il problema non è solo egiziano. Tante bambine, anche marocchine, appena avuto il ciclo, vengono tolte da scuola e spesso rispedite in Marocco, dai nonni, per riconvertirle all’Islam. Poi tornano grandi, già sposate, raggiunte dal marito in ricongiungimento familiare. Ricordo Amina, le hanno fatto sposare il cugino in Marocco, aveva undici anni».