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Lettera aperta a Matteo Salvini

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Caro ministro, sono docente e anch’io ho avuto un’educazione cristiana. Sono stato battezzato, ho frequentato la parrocchia per anni, ho fatto comunione e cresima. Poi, crescendo, come accade a molti, mi sono reso conto di non averci mai creduto davvero.

Il dubbio si è insinuato molto presto e si è alimentato degli studi che ho avuto la fortuna di fare, che mi hanno mostrato le radici terrene della fede, quelle storiche, antropologiche e psicologiche, che mi sono sembrate alla fine molto più plausibili delle spiegazioni ultraterrene. Altri studi mi hanno offerto poi spiegazioni della realtà non basate sul principio di autorità, ma sulla logica e sull’evidenza e mi è sembrato di aprire gli occhi per la prima volta.

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A quei tempi tendevo a considerare poco intelligente chi non era giunto alle mie stesse conclusioni e continuava invece a credere nelle favole su dei ed aldilà. Ma ora, sempre grazie allo studio, mi rendo conto che non  bisogna per forza essere stupidi per credere, e so bene che le circostanze in cui viviamo possono determinare le nostre convinzioni molto più di quanto spesso siamo disposti ad ammettere. Mi rendo inoltre conto del fatto che la fede può offrire risposte efficaci a bisogni che l’umanesimo laico contemporaneo spesso non riesce a soddisfare. Per questo ritengo, in quanto educatore, ma soprattutto in quanto cittadino,  che la tolleranza e il dialogo siano obiettivi fondamentali che dobbiamo porci tutti se vogliamo sperare di migliorare il mondo in cui viviamo.

Perciò non credo sia giusto reagire con rabbia alle provocazioni di chi sostiene che chi vuole Dio e Gesù bambino fuori dalla scuola dovrebbe farsi curare. Il lavoro dei politici dovrebbe consistere nel cercare le soluzioni migliori per governare secondo giustizia, ma oggi diventa troppo spesso semplice ricerca del consenso. Fare politica vuol dire oggi accumulare like, e per raggiungere questo obiettivo non ci si fa scrupolo di alimentare le paure e gli istinti peggiori. Una dichiarazione stupida e provocatoria porta molto più consenso di affermazioni ponderate e razionali, anche se attira più critiche.

L’importante è che se ne parli e che i nomi di certi politici siano sempre sulla bocca di tutti, distraendoci così da i veri problemi. Non bisogna cadere perciò nella trappola della scontro tra credenti e non credenti, perché i problemi della società non si risolvono creando divisioni e alzando muri.

Non bisogna però neanche tacere di fronte a certe prese di posizioni quando sono espresse da chi dovrebbe rappresentarci tutti. La libertà di espressione non è diritto che si acquista una volta per tutte, ma va protetto e coltivato giorno dopo giorno, senza mai cedere alle tentazioni del quieto vivere.

Io vorrei che nessuna religione, nessuna tradizione fosse imposta nelle scuole, dove dovremmo educare i ragazzi a ragionare liberamente. Le idee su cosa è giusto e sbagliato, perché possano davvero essere interiorizzate,  non possono essere il frutto di un’imposizione, ma devono scaturire dalla libera riflessione e dal confronto, durante i quali i docenti devono fare da guida, non da profeti di un credo rivelato. I dubbi vanno incoraggiati e alle obiezioni si risponde con la logica, non con “abbiamo sempre fatto così”.

Ci sono molti atei che credono che il mondo sarebbe un posto migliore se tutte le religioni sparissero. Personalmente, credo che il mondo sarebbe un posto migliore se alle religioni si sostituisse un umanesimo laico, razionale. Non credo però che tutte le religioni rappresentino un pericolo, e non è mai giusto fare di tutta l’erba un fascio, ma credo che le grandi religioni monoteiste tendano all’intolleranza. Se è vero che la violenza dei fondamentalisti religiosi nasce sempre dal disagio, è anche vero che è la natura del loro credo intollerante che permette alle loro frustrazioni di trovare quel tipo di sfogo. La non violenza delle religioni è un principio molto fragile e soggetto a numerose limitazioni.

È davvero difficile che due studiosi possano trasformare un contrasto verbale in un scontro fisico, mentre persino il capo del cattolicesimo, religione che predica di porgere l’altra guancia, giustifica un pugno se qualcuno gli offende la madre. Se vogliamo insegnare la non violenza e la tolleranza dobbiamo fare in modo che i ragazzi assimilino e interiorizzino questi principi su basi razionali, non su libri sacri che possono giustificare tutto e il contrario di tutto.

Vorrei infine dire due cose riguardo l’affermazione secondo cui chi non vuole Dio e Gesù bambino nella scuola non ha storia. Io credo invece di avere una storia in cui mi riconosco, che non ha nulla a che vedere con la razza e con la patria, concetti che hanno portato solo orrori e che oramai andrebbero superati. Io vivo in un angolo di mondo che, rispetto al passato anche recente, può considerarsi, pur con i suoi limiti, più libero, più tollerante. Vivo in un mondo in cui alle donne, ai bambini, agli omosessuali, alle persone di etnie diverse e a tutte le altre cosiddette minoranze vengono riconosciuti più diritti di quanti un secolo fa si potesse solo immaginare.

Vivo in un mondo in cui la tecnologia può migliorare la qualità della vita di tutti se usata bene. Vivo in un mondo in cui sono libero di esprimere il mio pensiero, e obbedisco a leggi che posso provare a cambiare se non le ritengo giuste. Vivo dunque in un mondo migliore e so che tutti questi privilegi non me li sono guadagnati, ma li ho ricevuti in eredità dalle persone che sono vissute prima di me e che hanno lottato, sofferto e sono morte per questi ideali. La storia di quella gente è la mia storia, mentre non lo è necessariamente quella della mia terra e della mia etnia. È a queste persone che sono grato per il mondo che ho ereditato ed è in continuità con questa storia che cerco di fare la mia piccola parte ogni giorno nella difesa di quegli ideali.

E non c’è bisogno di avere una laurea in storia per capire che il crocefisso nelle aule non rappresenta la storia di queste conquiste. Non voglio offendere quanti credono che quello sia il simbolo della salvezza, e lotterei perché abbiano il diritto di professare il loro credo e di esporre i loro simboli religiosi. Ma il crocefisso nelle aule è la conquista di una Chiesa che vuole imporre la propria fede e che è scesa a patti con la dittatura per riaffermare la sua presenza nelle scuole. Ed è la stessa Chiesa che nei secoli ha lottato con le conquiste del pensiero e della libertà. La Chiesa si è opposta alla libertà di pensiero, di ricerca e di parola, al riconoscimento della parità della donna, alle libere scelte sessuali.

La storia in cui mi riconosco è fatta invece anche di nomi come Galilei, Darwin, Bertrand Russell, che hanno migliorato la nostra comprensione del mondo e di noi stessi, ma la cui vita non è stata resa facile dalla Chiesa. È a gente come loro che vorrei veder dedicate più strade, piazze ed ospedali, piuttosto che a Padre Pio da Pietrelcina, a cui francamente non saprei che merito riconoscere e che modello possa mai essere per i giovani.

Queste sono ovviamente solo le mie opinioni, contro le quali posso accettare critiche e obiezioni, ma non censura. Avrei preferito fare altro piuttosto che scrivere queste righe, ma credo che chi non denuncia affermazioni così gravi sia un po’ responsabile delle conseguenze, e non si possa scandalizzare poi di politici che credono che il simbolo di una confessione religiosa in un luogo pubblico non sia un’imposizione, ma i vaccini obbligatori si. Buone feste.

Michele Flammia