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Lettera da Atene: Aristotele e la didattica a distanza

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Di Salvatore Di Stefano ——-

L’emergenza coronavirus ha spinto molti settori del mondo del lavoro – alcuni “obtorto collo”, altri di buon grado – all’introduzione dello smartworking e così nella scuola stiamo assistendo all’adozione di una nuova, anche se non del tutto sconosciuta,  metodologia: la didattica a distanza (DAD).

Schieramenti contrapposti

A tal proposito, nel campo dell’istruzione si sono creati due schieramenti contrapposti: chi guarda con sospetto la novità e la osteggia recisamente, chi la esalta acriticamente e pensa al dopo per ridurre i posti di lavoro e dare sempre più spazio alla tecnocrazia. Per fortuna, esiste una terza posizione che con molto equilibrio cerca di capire meglio cosa sta succedendo, richiamandosi al giusto mezzo aristotelico e alla “leggerezza della pensosità” di cui parlava Calvino.

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La Dad non può sostituire il prof in presenza

Non è chi non veda, infatti, che l’organizzazione didattica richiede una preparazione specifica e una programmazione collegiale, che non può improvvisamente manifestarsi, o presentarsi da qualche parte sì e da qualche altra no, perché rischia di creare differenziazioni inaccettabili. Forse, allora, sarebbe più onesto parlare di contatti, con diverse modalità, che gli insegnanti volontariamente cercano di tenere coi propri alunni, sapendo di fare qualcosa che nulla a che vedere con quella relazione interdipendente che solo come tale si può definire didattica. Soltanto qualche dirigente più realista del re e ovviamente il mercato delle apparecchiature informatiche fingono che la DAD (didattica a distanza) possa essere sostitutiva (e non aggiuntiva), se non in tutto almeno in parte, del rapporto educativo diretto: non si può ricondurre l’insegnamento alla stregua di attività di lavoro, che possono essere svolte a distanza.

Il gruppo classe è una persona

In un approccio sistemico non è possibile considerare l’individuo in sé, isolarlo dal contesto in cui è situato, vive ed opera, estraniarlo dal campo di comunicazione reale che stabilisce con gli altri individui e con gli oggetti. La formazione di un gruppo come la classe è caratterizzato da relazioni dirette, affettuose, spontanee; un gruppo classe, nonostante la complessità che presenta, acquisisce una sua personalità, vissuta dai singoli membri come persona collettiva, che devono essere tra loro interagenti, interdipendenti, orientati verso un medesimo fine. Infatti, la socializzazione è un obiettivo primario del gruppo classe e per questo si impegna il consiglio di classe che lo deve progettare e raggiungere.

Aziendalizzazione e istruzione

E’ un bene tuttavia che si sia aperto il dibattito sulla DAD, perché riprende nel mondo della scuola una riflessione specifica sulla didattica, sui suoi aspetti pedagogici (trovarsi di fronte persone diverse alle quali garantire uguali diritti), su approcci “affettivi” incentrati sui metodi che possono dare le risposte migliori per garantire il diritto allo studio. Da tempo vi è stata anche una sorta di ripiegamento su se stessi della gran parte dei docenti, spesso frustrati e rassegnati, ma che non si sono arresi per tanti anni ai processi che miravano a subordinarli alla “aziendalizzazione” e a smantellare uno dei diritti fondamentali – costituzionalmente garantiti – : quello all’istruzione.

Ma una seria e pacata discussione necessita, a mio avviso, di una piccola riflessione di carattere storico.

La storia che insegna

Dicono gli scienziati e gli storici che centomila anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra. Erano animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse. Oggi sulla Terra c’è una sola specie di umani: noi, homo sapiens. Quale fu il segreto del nostro successo? Non posso qui spiegare dettagliatamente ciò che è avvenuto nell’arco di milioni di anni e quindi dirò che, sempre secondo gli studiosi, intorno a 50.000 anni fa, i Sapiens, i Neanderthal e i Denisova si sono ritrovati proprio a un punto di svolta che provocò la scomparsa delle ultime due specie. Quale fu il segreto del successo dei Sapiens? Come potemmo insediarci così rapidamente in così tanti habitat distanti, ed ecologicamente differenti? Come riuscimmo a relegare nell’oblio tutte le altre specie umane? Perché neppure i forti e temprati Neanderthal riuscirono a sopravvivere al nostro furioso assalto?  “Homo sapiens conquistò il mondo soprattutto grazie al suo linguaggio unico”, scrive Yuval Noah Harari (Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, Bompiani, 2019),  e aggiunge un altro aspetto decisivo, quello della socialità “ […] una seconda teoria conviene sul fatto che il nostro linguaggio, unico nel suo genere, si sia sviluppato come mezzo per condividere informazioni sul mondo. Ma sostiene che le informazioni più importanti che occorreva trasmettere riguardassero gli umani, non i leoni o i bisonti. Il nostro linguaggio si sarebbe evoluto come un modo per fare pettegolezzi. Secondo questa teoria, Homo sapiens è innanzitutto unanimale sociale (corsivo mio). La cooperazione sociale è la nostra chiave per la sopravvivenza e la riproduzione”. Ed Hegel aggiungerebbe che la Realtà razionale deve superare nella sintesi il “sistema dell’atomistica”, grazie alla sostanza che “diventa per questa guisa nient’altro che una connessione universale e mediatrice di estremi indipendenti e dei loro interessi particolari”.

Lo sviluppo cognitivo e differenze sociali

L’altra sintetica considerazione riguarda, a proposito dello sviluppo umano, ciò che sostengono i teorici dell’apprendimento sull’importanza che il bambino, prima, e il ragazzo, poi, stabiliscano un gran numero di relazioni interpersonali nel corso della loro maturazione e tale compito risulta più facile con i coetanei  che con gli adulti. Ancora: gli studiosi hanno rintracciato differenze significative nello sviluppo cognitivo tra i ragazzi che avevano frequentato la scuola per un anno e quelli che non lo avevano fatto perché la formazione globale viene fuori dalla interrelazione complessa di tutte le risorse personali: intellettuali, percettive, fisiche, motorie, sociali ed emotive.

E’ quindi evidente, a proposito della didattica a distanza (DAD), che si deve accettare ciò che sta avvenendo – si può dire “fare di necessità virtù?” -, senza scomodare Le magnifiche sorti e progressive.

Ad Atena all’hotel Aristotele

Ma dato chi mi trovo ad Atene, e da qui non mi posso muovere perché siamo in piena emergenza, ho pensato: chi meglio dei Greci, che hanno creato la cultura classica alla quale ci ispiriamo e al tempo stesso hanno sperimentato metodi innovativi di insegnamento, può consigliarci sul “che fare?”.  E allora via, più veloce della luce: dopo aver salutato il portiere dell’”Aristotele” Hotel, sito in via degli Acarnesi (do you remember Aristofane?), percorso la via Socrate, giunto in piazza Omonia, salito su un vagone della metropolitana, la famosa Μετρό Αθήνας di cui gli ateniesi sono giustamente orgogliosi, sceso alla fermata Acropoli, varcato l’ingresso, mi dirigo a grandi passi verso l’Antica Agorà dove sicuramente troverò, a voler dare ascolto ad Aristofane (fake news?!), “quel perdigiorno” di Socrate, e magari sta discutendo con Strepsiade che vuole capire come educare il figlio Filippide perché, al di là di ciò che pensa il rancoroso commediografo ateniese, il maestro di Platone è senza dubbio un punto di riferimento di tutti gli ateniesi sul piano educativo.

Socrate col suo solito metodo

Trovo Socrate seduto per terra mentre sta interloquendo con il giovane Theonos, ma tantissimi altri gli stanno attorno (a debita distanza), usando il suo solito metodo:“ La mia arte maieutica aiuta a far “partorire” gli uomini e si prende cura delle loro anime in travaglio e non dei loro corpi. Per far ciò è necessaria la dialettica che mi serve per cogliere l’essenza dell’uomo, perché ognuno così è costretto ad andare fino in fondo e rendersi conto del suo sé e a dirmi in che modo vive ora e ‘chi era prima’. Il mio dia-logos consta di due momenti inscindibili: la confutazione e la maieutica. Inoltre, uno strumento peculiare della mia dialettica è l’ironia, che non è solo il dissimulare, ma rappresenta il gioco scherzoso, molteplice e vario delle finzioni e degli stratagemmi che uso per costringere i miei interlocutori a dar conto di ciò che fanno e di chi sono. Ed è evidente che tutto questo è reso possibile dalla presenza fisica dei dialoganti; infatti, non riesco neanche ad immaginare come potrei parlare di umanità, mia e degli altri, se fossimo fisicamente distanti. Non scatterebbe quella magia straordinaria del con-filosofare, dello sfregamento delle intelligenze ,dell’incalzante domandare e rispondere.” Allora gli chiesi, visto il motivo per cui lo avevo cercato:“Ma se avessimo a disposizione, magari gli dei ce ne forniranno presto qualcuno, uno strumento con il quale fare tutto ciò che stai dicendo, pur restando distanti l’uno dall’altro?”. “ E no”, riprese Socrate, “si tratta di un dialogo  senza filtri, trasparente; nel corso del quale i protagonisti devono poter “sentire” l’emozione di ognuno, devono farsi trasportare dai movimenti del corpo, dallo sguardo, intelligente e complice, dalle mani, dai sorrisi, dagli sbuffi annoiati: insomma, ci vuole quel feedback che ci faccia capire che stanno dialogando due persone e non due oggetti. Del resto, lo capisci dall’ascolto delle nostre parole: noi regoliamo infatti il volume della nostra voce sulla base dell’impulso di ritorno rappresentato dalla reazione di chi ascolta. Pertanto, nel processo di apprendimento graduale la conoscenza dei risultati man mano raggiunti è una comunicazione di ritorno che contribuisce a regolare l’atteggiamento successivo di chi sta parlando.” E io incalzando “ ma tutto ciò non è possibile realizzarlo stando ognuno a casa propria, in un ambiente familiare, un luogo che dovrebbe conciliarsi ancora meglio con l’apprendimento?”.

“No, mio caro”, rispose Socrate, “avviene proprio il contrario. Ogni edificio, ogni spazio, ogni luogo ha una sua destinazione e assume una sua identità forte. Non perché così vuole la natura, ma per il significato che noi esseri umani abbiamo assegnato, per certi versi una pura finzione, alla realtà che ci circonda: un luogo privato è giusto che rimanga privato, così come un luogo pubblico deve essere tale; ed infatti, i luoghi pubblici sono deputati ad attività diverse e così vengono vissuti: la scuola è per definizione il luogo dove si sta insieme con i docenti, con i compagni di classe, con le altre figure professionali; dove ci si emoziona per un verso, per una traduzione, per un concetto finalmente intuito. Dove ci si innamora, dove si ride, si scherza e qualche volta si piange; dove si è concentrati e silenziosi, dove si fa chiasso e anche si urla… durante la ricreazione. Dove si realizza quel processo essenziale per la specie umana che si chiama insegnamento-apprendimento. Pensa per un attimo a quello che qui ad Atene sono riusciti a realizzare Platone con l’Accademia e Aristotele con il Liceo”.

Platone? A Siracusa

Non mi restava che andarli a trovare di ‘persona personalmente’e discuterne con loro, considerati due tra i più grandi pensatori dell’umanità. Avevo saputo, però, che Platone si trovava a Siracusa per tentare, di nuovo!, di realizzare la sua utopia, costruire la città ideale, quella fissazione che si portava dietro da sempre, secondo cui si poteva dar vita a un audace progetto di società basata sulla comunione di tutto, nella quale un uomo nuovo doveva negare (cosa assurda e mostruosa!) la proprietà privata affermando la proprietà collettiva, superare l’istituto della famiglia con il suo carico di egoismi, e far inverare (udite! udite!) una società palingenetica fondata sull’uguaglianza. Decisi perciò di incontrare Aristotele e mi diressi, rigorosamente  a piedi, verso il Liceo. Imboccai la Vassillis Olgas Avenue, superai lo Zappio, costeggiai il National Garden percorrendo la Irodou Attikou fino ad arrivare a piazza Mela P. Rigilis, scesi per una stradina che costeggiava il Museo Bizantino e il Museo della Guerra, e a quel punto entrai nel Liceo che Aristotele aveva fondato qualche anno prima.

L’importanza del Liceo nel campo dell’insegnamento si connette non soltanto al contenuto delle dottrine che erano trasmesse, ma anche all’organizzazione moderna della didattica perché il Liceo, a differenza di altri modelli di insegnamento, era caratterizzato da finalità essenzialmente scientifiche. Si può dire che da una parte era più scolastico dell’Accademia, in quanto più legato alle concezioni del fondatore, ma per altri versi non era caratterizzato da progetti etico-politici o da speciali legami religiosi fra i discepoli, ma da finalità eminentemente scientifiche.

I peripatetici e il Liceo

Ci credereste? Per l’emozione mi tremavano le gambe, la lingua si era seccata e mi ero scordato tutto, non ricordavo il motivo della mia presenza lì. La prima impressione fu quella di essere giunto in un luogo non molto grande, ma ben organizzato e silenzioso, tipico di uno spazio deputato allo studio. Vidi in fondo al peripato, che insieme all’edificio e al giardino formava il Liceo,  una piccola folla di giovani che attorniavano, sempre rispettando la distanza di sicurezza, un uomo maturo dal portamento sicuro, che con voce ferma li stava intrattenendo. Aiuto! Stavo per ascoltare le parole di Aristotele, del filosofo che Dante canterà così:

“Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,/ vidi ‘l maestro di color che sanno/ seder tra filosofica famiglia./Tutti lo miran, tutti onor li fanno”

Mi avvicinai con passo felpato e capii che lo Stagirita stava parlando di didattica, del processo di insegnamento-apprendimento tanto dibattuto nel V e nel IV secolo a. C.

Aristotele e Platone

Ero lì trepidante, pronto ad acchiappare parole e concetti del “primo professore” di filosofia, capace di controllare tutti i campi del sapere e di offrire per ognuno di essi spiegazioni argomentate, ricche di analisi determinate e prospettive d’insieme. Colui che stava tentando di organizzare in modo coerente e sistematico tutto il campo del sapere accessibile nel suo tempo, in modo da rendere disponibile l’immenso patrimonio culturale greco alle future generazioni. Per fare questo, Aristotele si era distaccato da Platone – ‘Amicus Plato, sed magis amica veritas’ -; pur tuttavia, non si era distanziato mai del tutto dal platonismo e dunque era rimasto sempre in qualche modo ‘platonico’, se con ciò ci si riferisce alla maniera complessiva di far filosofia e soprattutto al riconoscimento di alcuni aspetti essenziali del platonismo.

L’uomo è per natura un animale sociale e un animale politico”, Aristotele cominciò a parlare, “ ed egli non è capace di vivere isolatamente ed ha bisogno, proprio per affermare questa sua natura, di avere rapporti con i suoi simili in ogni momento della sua esistenza. L’origine della vita associata, infatti, è dato dal fatto che l’individuo non basta a se stesso: sia perché non potrebbe provvedere ai propri bisogni, sia perché, al di fuori della disciplina imposta dalle leggi e dall’educazione, non raggiungerebbe la virtù e non potrebbe, dunque, essere felice. Come sostengo nel libro XII [Λ] della “Filosofia prima”, l’uomo è felice quando pensa, dato che il pensare è proprio di Dio, perché in tal modo è Dio.” Aristotele tacque e invitò con lo sguardo Eudemo a leggere un passo della Politica. L’allievo diligentemente iniziò la lettura del passo con tono ispirato “Chi non è in grado di vivere in una comunità politica [ho dè mè dynàmenos koinoneìn] o non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, costui non fa parte di una città, ma è o una belva, o un dio [outhèn méros pòleos, hòste è therìon è theòs].” Eudemo tacque e fece segno a Teofrasto di intervenire nella discussione. E fu così che il discepolo più grande di Aristotele trasse da diversi capitoli della Retorica alcuni spunti sul tema dell’insegnamento-apprendimento davvero interessanti. “Per risultare persuasivo, chi parla deve possedere delle risorse di natura morale mediante le quali trasmette un’impressione favorevole sul proprio carattere e suscita diverse emozioni nei propri ascoltatori. Di più: chi insegna deve ragionevolmente attendersi di incontrare fra i discenti, in considerazione della loro giovinezza o maturità, sensibilità diverse alle quali dovrà adattare i propri discorsi allo scopo d’ingenerare in chi ascolta le emozioni appropriate, addirittura suscitare passione e ‘innamoramento’. Il docente, inoltre, avrà cura di modulare la voce in rapporto alla sonorità, all’altezza del tono e del ritmo. Sarà importante la scelta dei termini dando sempre un’immagine di naturalezza, facendo attenzione al ritmo e scartando sequenze espressive disordinate; e a tal proposito, è importante la gestualità perché parliamo anche col nostro corpo”. Teofrasto smise di leggere e rivolse lo sguardo verso Aristotele, il quale intervenne a conclusione richiamando quanto aveva sostenuto negli scritti di etica in anni precedenti. “Se è vero che la felicità è il fine delle azioni”, cominciò Aristotele, “occorre vivere secondo ragione, perché il solo vivere è anche delle piante e degli animali; ecco dunque che il bene proprio dell’uomo è l’attività dell’anima secondo virtù, e se molteplici sono le virtù, la felicità è conforme alla virtù più alta, quella corrispondente alla nostra parte migliore: l’intelletto. Si tratta dell’attività contemplativa in quanto non ha altro fine che se stessa e rappresenta qualcosa di divino perché l’intelletto è la componente divina dell’essere umano.” E così concluse il maestro di color che sanno “Dobbiamo far di tutto per vivere secondo la parte più nobile che è in noi e l’insegnamento-apprendimento è perciò l’attività principale. A dispetto delle sue modeste dimensioni, l’intelletto è di gran lunga superiore a tutte le altre parti per potenza [dynàmei] e valore [timiòtetì]. Perciò, il sommo bene per l’uomo consisterà senza dubbio nell’esercizio del pensiero, cioè nella vita contemplativa [bìos theoretikòs], che sarà, di conseguenza, anche la più felice [eudaimonéstatos]”.

Francamente non mi pare che ci fosse altro da aggiungere a ciò che avevo sentito oggi, prima attraverso le parole di Socrate e poi quelle di Aristotele e dei suoi discepoli.

Così, uscii dal Liceo, ripresi l’avenue Vassilissis Sofias, attraversai tutta la zona dei musei e delle ambasciate e giunsi appena in tempo a piazza Syntagma per il cambio della guardia.

 Salvatore Distefano                     

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