Home Attualità I licei non hanno studenti poveri e disabili?

I licei non hanno studenti poveri e disabili?

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La sintesi, che brutta cosa. Ma a volte è necessaria. Come nel caso di Scuola in chiaro, dove le scuole si presentano in vista delle iscrizioni, già ultimate veramente, che ha visto anche quest’anno una predominanza del liceo nella scelta dei ragazzi.

A proposito di liceo e di sintesi, alcuni rapporti di autovalutazione dei licei presentano descrizioni piuttosto classiste delle loro scuole. Scuole che hanno un bassissimo tasso di famiglie abbienti e di disabili. Quasi come a distinguere una città da un’altra per il tasso di criminalità.

 

Il Visconti di Roma e i suoi iscritti del ceto Medio-Alto

La riflessione, per la verità, arriva da Repubblica.it, in cui l’autore Corrado Zunino segnala proprio tali descrizioni di alcuni licei.

Partiamo con quella dello storico Ennio Quirino Visconti di Roma: “L’essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l’antica tradizione con l’innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo”.
Ecco il punto dolente: “Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all’insorgere di BES”. Volendo tralasciare l’aspetto inesatto dei numeri (0,75 per cento di 669 studenti non fa «un paio», scrive Repubblica.it, ma cinque. E la quota di iscritti con «famiglie svantaggiate » è dello 0,8 per cento), appare piuttosto allarmante la descrizione elitaria che viene data della scuola. Descrizione che secondo la preside del Visconti di Roma Clara Rech, soffre della sintesi: “Il numero di battute a disposizione era limitato e pago un eccesso di sintesi. Rettificherò quel passaggio. Sono stata onesta nel rappresentare un dato oggettivo: al Visconti ci sono pochi studenti stranieri e non abbiamo disabili. Volevo dire che la didattica ordinaria, così, è più semplice: recuperare l’italiano di uno straniero chiede risorse e tempo. Credo che tutti gli studenti, ricchi e poveri, debbano crescere insieme e credo nella multiculturalità”.

 

Fa meglio (cioè peggio) il Giuliana Falconieri, sempre nella capitale: “Gli studenti del nostro Istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana. L’incidenza degli studenti con cittadinanza non italiana è relativamente molto bassa e si tratta per lo più di figli di personale delle ambasciate e/o dei consolati, particolarmente presenti nel quartiere Parioli”.
Ma è alla voce Vincoli, nella navigazione del RAV di Scuola in Chiaro, che appare la descrizione più incredibile: “Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi“.

Il contributo delle famiglie sostiene adeguatamente l’offerta formativa

“Il contesto socio- economico e culturale complessivamente di medio- alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all’analisi delle specifiche esigenze formative nell’ottica di una didattica davvero personalizzata”, si legge invece sul rapporto di autovalutazione del liceo classico D’Oria di Genova, dove viene sottolineato che “Il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente l’ampliamento dell’offerta formativa”.

Bisogna ripartire da zero?

Abbiamo riportato solo 3 casi di licei che propongono, per attirare le famiglie, dei contenuti alquanto classisti. Andando a leggere i vari profili potrebbero uscire fuori anche altri casi.
Non si può fare però un discorso da “tutta l’erba un fascio”, per carità, ma la scuola non dovrebbe veicolare messaggi di inclusione e uguaglianza? In questi casi, allora, al di là degli stipendi bassi del personale, dei problemi di edilizia scolastica, dei genitori invadenti, forse c’è da chiedersi se non sia il caso di riflettere sull’ABC della scuola italiana.

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