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Liceo breve in 4 anni? Una accelerazione senza conoscere gli esiti delle sperimentazioni

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Uno dei primi a parlare di Liceo breve di 4 anni, invece di cinque, fu il ministro del Governo dei tecnici (2008-2012) a giuda Mario Monti, ovvero Francesco Profumo. Ma propose pure di aumentare il numero delle ore settimanali ai prof da 18 a 22/24 ore. Non passarono, passò invece, durante il Governo Gentiloni (2016-2018), ministra dell’istruzione Valeria Fedeli, la sperimentazione, dentro una manciata di scuole (un centinaio), dei “Licei brevi” che divennero poi circa 200 sia nell’istruzione liceale che nell’istruzione tecnica e professionale.

In ogni caso, ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer (1996 – 2000), nel suo progetto di riforma complessiva della scuola (poi distrutto dalla ministra Letizia Moratti col primo Governo Berlusconi), prevedendo un ciclo scolastico di 7 anni a cui si aggiungeva il percorso liceale con un biennio comune e in un triennio specialistico, conteneva un anno in meno, ma spalmato lungo tutto l’arco di studi, compresa l’ex scuola media.
Il progetto della ministra Fedeli, ma anche nella riforma della scuola di Berlinguer, basava la sua logica sul fatto che nella gran parte dell’Europa si escisse da scuola a 18 anni e non a 19, agevolando così i ragazzi nell’ingresso del mondo del lavoro o nell’università. 

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Una sperimentazione che non parve mettere in allarme né i sindacati né gli insegnanti, nonostante fosse chiaro che dalla sperimentazione all’implementazione definitiva dei licei di 4 anni il passo potesse essere breve. 

Anche se  attualmente non sappiamo gli esiti delle cosiddette sperimentazioni, tuttavia sappiamo che col nuovo ministro Patrizio Bianchi di un governo “tecnico”, come quello a guida Monti, la platea delle scuole che ha chiesto di “provare” ad accorciare di un anno la durata del corso di studi delle scuole secondarie di secondo grado è aumentato fino a raggiungere oltre mille Istituti su un totale di circa 7 mila, comprese le private.

Secondo quanto previsto, questi percorsi quadriennali “in prova” dovrebbero garantire l’insegnamento di tutte le discipline dell’indirizzo di studi e dunque le ore annuali complessive della 5^ classe andrebbero spalmate lungo l’intero percorso quadriennale abbreviato, ma con un carico di lavoro superiore sia nei confronti degli alunni sia nei confronti dei docenti. In pratica dunque non ci sarebbe una contrazione di organico, solo un aumento di ore settimanali che presumibilmente andrebbero fino alla sesta ora e pure una rimodulazione del calendario scolastico annuale.

Tuttavia, se in apparenza tale rimodulazione della durata dei licei non porterebbe con sé tagli di personale, ha invece in nuce un vulnus relativamente alla formazione dei ragazzi che si vedrebbero caricati di una mole di lavoro giornaliero più difficile da smaltire. Lavoro che già, nella normale durata di cinque anni, faticano a espletare.

Si ha l’impressione, in altri termini,  che ancora una volta il ministero abbia preferito prendere le consuete scorciatoie per adeguare il diploma italiano allo standard di 18 anni, adottato in gran parte degli stati d’Europa, invece di affrontare tutta la materia con giudizio e ragione, a partire dalla secondaria di primo grado che, ormai sono tante le agenzie che lo sostengono, è il punto debole del nostro sistema di istruzione. 

Ci sembra più razionale, se proprio è indispensabile mettere i nostri giovani a livello dei coetanei europei, rimodulare, come propose Luigi Berlinguer, i percorsi della primaria con quelli della secondaria di primo grado, ma lasciare che le superiori abbiano un percorso meno affrettato e anzi più diluito nel tempo e che consenta anche un aumento di ore e di discipline come geografia, storia, lingue straniere, piuttosto che comprimere e accelerare.

In ogni caso, il ministero, visto che ha deciso di aumentare la platea delle scuole richiedenti il liceo breve,  faccia almeno sapere gli esiti delle sperimentazioni già concluse o in via di conclusione, con risultati, linee guida ed eventuali proposte di aggiustamento: per intelligenza di chi ancora attende e per riguardo della intera popolazione scolastica, primi fra tutti i prof che in classe sono costretti a rimanere fino all’età della pensione.