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L’Industria 4.0 in Italia rallenta la corsa. E la formazione è la prima a risentirne

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Il piano industriale 4.0 presentato nel settembre del 2016 , ha visto l’inserimento di successivi tasselli nelle diverse manovre economiche degli anni successi tra cui quello relativo all’inserimento della formazione nel 2018 e la creazione dei Competence Center.

Proprio il tema delle competenze è stato da sempre uno degli assi portanti del piano “Industry 4.0” con la costituzione di 4-5 hub dell’innovazione (Competence Center) che gira intorno a quattro o cinque università, quali: Politecnici di Milano, Torino e Bari, Sant’Anna di Pisa, Università di Bologna, Polo delle tre università del Veneto, Federico II di Napoli.

I Competence Center devono prevedere fin dalla loro nascita, un forte coinvolgimento delle Università e dei grandi Player privati e devono dotarsi di modelli e competenze manageriali, polarizzando la propria attività su ambiti tecnologici specifici.

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Ad oggi, nonostante la forte spinta iniziale, il percorso e gli obiettivi previsto dal piano non sono stati completati e di fatto tali centri rimangono tutt’ora in una situazione di limbo e altro elemento da non trascurare, non tutti i soldi previsti dal piano originale sono stati messi a disposizione in termini di investimento nelle varie leggi di bilancio dal 2016 ad oggi.

Altro tassello importante, in questo caso positivo in tema di formazione sono gli incentivi specifici relativi al piano alternanza scuola-lavoro. incentivo contributivo al 100%, fino a 3250 euro annui, per le imprese che assumono a tempo indeterminato, anche in apprendistato, entro sei mesi dall’acquisizione del titolo di studio, studenti che hanno svolto periodo di alternanza scuola lavoro presso lo stesso datore di lavoro (per almeno il 30% delle ore previste).

In un contesto cosi eterogeneo, la formazione ha avuto sicuramente un processo più lento rispetto ad altri perché della quota parte di incentivi messi a disposizione per le imprese che hanno aderito al piano è stata data priorità assoluta al rinnovo tecnologico delle macchine a discapito della formazione stessa, mentre in alcuni casi il fenomeno è dovuto invece alla mancanza di volontà da parte delle imprese a reinvestire sul capitale umano sottraendo forza lavoro dalla produttività giornaliera.

In un interessante articolo Paolo Manfredi su “Agenda Digitale “ indica come possibili soluzioni per ridare importanza al tema della formazione da una parte il cambio culturale necessario che consenta di passare da un approccio “technology driven” a quello di “Solution Driven” che consentirebbe di fornire soluzioni concrete alle imprese soprattutto per quelle che masticano meno di tecnologia.

Per quanto riguarda lo sviluppo della formazione e dell’innovazione Manfredi esalta come secondo aspetto, il possibile ruolo degli ITS, cioè i percorsi di Specializzazione Tecnica Post Diploma, riferiti alle aree considerate prioritarie per lo sviluppo economico e la competitività come appunto lo è Industry 4.0.

Nel corso della presentazione dei 76 progetti fatti dagli ITS di tutta Italia all’interno dell’evento “ITS 4.0”, in collaborazione con le imprese e il MIUR, gli studenti hanno realizzato progetti innovativi e di trasformazione digitale molto interessanti.

Progetti rilevanti sia perché hanno messo in risalto una grande maturità tecnologica, sia perché sono stati portatori di soluzioni concrete, utili nell’ambito delle imprese che vogliono essere appunto 4.0. Perché questo deve essere il ruolo della tecnologia in un ambito non necessariamente tecnologico: portare soluzioni utili alla crescita dell’impresa, al miglioramento dei processi, all’ottimizzazione dei costi. Non serve la tecnologia spinta se poi non è in grado di portare un contributo reale per la produzione.

Ragazzi “giovani ed entusiasti”, quelli dell’ITS, secondo Manfredi perché hanno scelto una strada ancora ibrida dal punto di vista assunzionale, ma un percorso, però, pieno di prospettive future perché integra l’innovazione e soluzioni tecnologiche su applicazioni in contesti reali.

Una concretezza che rappresenta anche un cambio culturale del quale non si può non tener conto.