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“Lo scriba e il faraone”, primo romanzo della prof Annamaria Zizza

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Una scoperta archeologica può sconvolgere la storia e tutta la volta ontologica sotto la quale si è costruita la religione monoteistica narrata nella bibbia che ha poi informato di sé cristiani, musulmani e ebrei? E può pure fare saltare le impalcature politiche che hanno retto i precari equilibri degli Stati del vicino Oriente, tra Palestina, Giordania ed Egitto, compresa l’Arabia con gli Emirati? 

Nella tradizione mesopotamica, di millenni antecedente l’errare nomade del popolo di Israele, già si raccontava di serpenti tentatori attorcigliati all’albero del sapere, mentre nelle gesta di Utnapishtim, il primo eroe del diluvio universale, chiamato dai Sumeri Ziusuddu, si incontra Gilgamesh re della città sumerica di Uruk dei Caldei, le cui gesta hanno ispirato sia parti dell’antico Testamento che numerosi poemi posteriori, come gli eroi omerici. 

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Esiste dunque un sostrato culturale comune ai popoli mediorientali dentro cui troviamo tracce teologiche cha fanno riferimento perfino alla resurrezione, come nei miti dell’antico Egitto di Osiride e Iside.

Su queste premesse si ispira Annamaria Zizza per narrare le gesta di Akhenaton, il Faraone della XVIII dinastia (1352-1336 a.C.) che radicalizzò il suo credo monoteista nell’unico dio-sole, Aton, come sola forza creatrice dell’universo, nel suo primo romanzo, “Lo scriba e il faraone”, Algra Editore. 

Giocato su due piani narrativi temporali, il primo con la scoperta di Howard Carter della tomba di Tutankhamon, nel 1922, con tutte le vicende ad essa sottese, comprese le dicerie sulla maledizione che avrebbe perseguitato i violatori della sepoltura, e il secondo sui dubbi e le certezze che inducono il faraone a rivoluzionare il credo religioso egiziano, imponendo il culto del dio-sole al popolo refrattario a rinnegare le sue antiche divinità e la tradizione dei padri. 

Due occasioni per entrare rispettivamente, sia negli ambienti politici, letterari, mondani e spionistici-diplomatici dell’Inghilterra vittoriana, colonizzatrice e invadente, sia negli oscuri meandri di un Egitto che deve fare i conti coi grandi cambiamenti annunciati dal faraone e che ora il giovane Tutankhamon dovrà continuare. Al centro lo scriba consigliere, che raccoglie quanto la storia che sta vivendo gli suggerisce, compresi dei papiri, tra i grandi tesori dentro la tomba non violata di Tutankhamon,  nei quali vengono riportate alcune delle rivelazioni bibliche più importanti ma che fanno già parte da molti secoli della tradizione sumerica e mesopotamica, dunque con evidenza antecedenti al Testamento ebraico e dunque suscettibili di causare uno stravolgimento della storia e della religione. Un groviglio politico-diplomatico dentro cui si trova coinvolto Carter che rimane, è vero, un grande archeologo, ma pure un po’ pasticcione e soggetto ai ricatti dei suoi finanziatori.  

Ciò che convince di questo romanzo, rendendolo cattivante e piacevole da leggere, è non solo lo stile, agile e fluido come lo scorrere del Nilo, ma anche le informazioni storiche e di civiltà che lo sorreggono  in riferimento all’antico Egitto, con le sue ritualità, le sue credenze, il suo spirito religioso, mentre, e qui oggettivamente si nota un notevole impegno di ricerca documentale, le tre figure principali sono descritte con sapiente mano, dagli abiti, ai cerimoniali religiosi, alla filosofia di vita, alla relazioni, compresi i luoghi delle vicende, coi palazzi e i dignitari.