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Metodologia Clil: qualcosa non funziona

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Come è noto il Clil è l’apprendimento integrato di contenuti non linguistici, veicolati in una lingua straniera, così da acquisire lessico specifico e flessibilità su un buon numero di temi anche in una lingua straniera.

Nel primo decennio degli anni 2000, fa notare Il Sole 24 Ore, tutti i Paesi nordici e baltici, oltre a diversi altri stati erano tuttavia già oltre i traguardi previsti, visto che almeno il 50% dei loro allievi imparava «due o più lingue straniere». Non così in Italia, dove dopo un fuoco d’artificio lanciato per l’adozione di due lingue straniere obbligatorie alle medie, la scure dei tagli ha riportato la situazione indietro di vent’anni.

Il rapporto della Commissione Europea del giugno 2012 sull’implementazione delle linee strategiche messe a punto dall’inizio del nuovo millennio, fotografava una situazione a macchia di leopoardo sulle competenze generale dei cittadini: mentre i Paesi del centro e Nord Europa usano normalmente una o più lingue straniere per informarsi alla radio, vedere film, leggere giornali o lavorare (con percentuali fin oltre l’80% della popolazione), Paesi come l’Italia dichiarano al 62% di non padroneggiare alcuna lingua straniera, e il 32% dei nostri connazionali sostiene di non avere mai provato a studiare davvero una lingua. Il tutto sullo sfondo di un curioso 82%, convinto che parlare almeno una lingua straniera dovrebbe essere ovvio per tutti gli europei.