Home Politica scolastica Nel libro di un maestro elementare, quel che molti pensano della DaD

Nel libro di un maestro elementare, quel che molti pensano della DaD

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Aumenta il numero dei docenti che hanno il coraggio di dire francamente il proprio pensiero sulla “DaD” (“Didattica a Distanza”). Non ha peli sulla lingua Giuseppe Caliceti, maestro di Reggio Emilia che da più di un quarto di secolo scrive e pubblica libri di narrativa e/o poesia da lui stesso definiti “per bambini, ragazzi, adulti”. Il suo libro “La scuola senza andare a scuola: diario di un maestro a distanza”, dedicato alle (poche) luci e alle (moltissime) ombre della “DaD”, uscirà a luglio per i tipi dell’editore Manni.

«La “DaD” non è Scuola, è intrattenimento»

Lo scorso 21 maggio Caliceti, ospite della trasmissione radiofonica “Fahrenheit, i libri e le idee” di Rai Radio3, è stato intervistato dalla conduttrice Loredana Lipperini sulla “DaD”. «La scuola a distanza», sostiene Caliceti, «è meglio che niente, ma non è Scuola. Se guardiamo una spettacolo di teatro in TV, possiamo dire che siamo stati a teatro? Se non andiamo a scuola, possiamo dire che facciamo Scuola? La “Scuola online“ non esiste. Non è Scuola, è intrattenimento; è un’altra cosa. Soprattutto, la famosa “DAD” ha messo in evidenza aspetti su cui ho dovuto riflettere nella mia esperienza come insegnante in una Prima Elementare. Figuratevi cosa significhi far didattica a distanza ogni giorno con bambini di sei anni».

«La “DaD” banalizza la Scuola»

«Anzitutto», continua Caliceti, «la “DaD” non è la Scuola della Costituzione, per il semplice fatto che non arriva al 100% degli studenti. È semmai un modo per banalizzare un po’ la Scuola. La pedagogia che la sottende è vecchia, frontale: parte dall’idea che lo studente sia un vaso da riempire di nozioni. Manca tutto il lato sociale, corporale, che è fondamentale.

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Noi mandiamo bambini e ragazzi a Scuola anzitutto affinché si separino dalle figure della madre e del padre, giacché soltanto separandosene possono aumentare la propria autonomia; ma con la “DaD” ciò non avviene. In più la didattica online accentua il classismo crescente, che era già in atto nella Scuola italiana. È stata un modo per velocizzare il processo, e anche per privatizzare e mercificare la Scuola».

«Lo Stato ha consegnato la Scuola e i nostri dati a Google»

«E poi c’è stato un fatto epocale: per la prima volta un’istituzione statale, la Scuola Pubblica, non potendo disporre di una piattaforma statale (come per esempio in Germania) si è appoggiata sui giganti del web, facendo accordi con essi. Di conseguenza, mai come in questo periodo abbiamo visto i privati (case editrici scolastiche, ma soprattutto le multinazionali del web) gettarsi come iene sulla Scuola azzoppata dalla COVID-19. Io ogni giorno ricevevo 100 messaggi che mi dicevano: “Vieni alla mia scuola a distanza, usa la mia ‘aula’; è tutto gratis”. Ma cosa è avvenuto in questo modo, con un Ministero che ha detto: “Scuole d’Italia, andate tutte su Google”? È avvenuto che noi abbiamo dato tutti i nostri dati, tutta la nostra privacy — e quella di milioni di famiglie — a Google. Non è cosa da poco che un ente statale improvvisamente dia tutti i propri dati a un ente privato e si appoggi ad esso. Anzi, è qualcosa di cui dovremo parlare. È un atto molto grave, perché la nostra è un’istituzione pubblica, e come fine ha i fini costituzionali; mentre invece Google ha come fine — come tutte le ditte private — il profitto e la manipolazione dei dati».

«La “DaD” un progresso? Non scherziamo!»

Domanda la conduttrice: «Ma ci sono stati aspetti positivi?».

Risponde Caliceti: «Senz’altro si è rinsaldato il patto educativo. Gli insegnanti hanno fatto di tutto e di più. Sono stati eroici come gli infermieri. Andrebbero applauditi.

Sono però mancate direttive centrali: tutti sono stati lasciati un po’ allo sbaraglio, e comunque hanno reagito benissimo. Ancor meglio secondo me han fatto i bambini, i ragazzi e soprattutto le famiglie, che per la prima volta hanno capito cosa significa fare scuola.

Io ho un ritorno ottimo dalle famiglie; le quali però vogliono che a settembre si torni in classe. Va bene l’emergenza, ma alcuni (tra cui il Ministro) fanno indignare insegnanti e famiglie se dicono: “La COVID ha dato improvvisamente alla Scuola italiana la possibilità di fare un salto in avanti tecnologico”. Non scherziamo! Questo vuol dire non aver capito bene la situazione. Noi e le famiglie abbiamo fatto tutto in emergenza. Ora però bisogna tornare a far le cose per bene, perché questa crisi ha messo in luce tutti gli errori fatti sulla Scuola. Per esempio, ora ci dicono “No classi pollaio”: ma quando io iniziai a insegnare avevo 14 alunni, ora ne ho 26! La COVID ci esorta a tornare indietro. Non son stati fatti concorsi per anni. La COVID ci dice: «Avete gli insegnanti più vecchi d’Europa!».

«Qualità e sicurezza? Solo con meno alunni per classe»

«E parliamo di numeri», conclude Caliceti. «Il Governo ha stanziato 55 miliardi per il “rilancio”. Il Sindacato ne chiedeva per la Scuola 12. La Gelmini nel 2008 ne ha tolti 8: mentre tutta Europa di fronte alla crisi economica rilanciava puntando sulla ricerca e sulla Scuola, noi togliemmo 8 miliardi! Ora il Governo ci dice: “Per riaprire la Scuola a settembre noi ci mettiamo un miliardo e mezzo”. Ed è una grande delusione, perché in questo momento storico qualità e sicurezza coincidono: ma qualità e sicurezza migliori si hanno solo con un numero di studenti minore per classe. Teniamo fermo questo».

 

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