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Oggi più che mai i giovani hanno bisogno di docenti-maestri

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Difficile, se non impossibile, oggi parlare di verità.

Tra fake news, cioè notizie false fatte circolare ad arte, opinioni che vanno e vengono, pretese competenze di chiunque di parlare su qualsiasi cosa, è davvero arduo concordare su pochi punti fermi.

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Come, ad esempio, i principi-guida: verità, giustizia, bene, bellezza, amore.

La scuola è, o dovrebbe essere, il primo luogo, assieme alla famiglia, di esperienza di vita, prima che di insegnamento, di questi principi-guida.

Un tempo erano la parrocchia, mondi sociali, dinamiche del lavoro.

Oggi è sempre più complicato, per l’imperio degli strumenti di comunicazioni, i quali hanno abilitato tutti a dire qualsiasi cosa, magari senza porsi la domanda intorno alla verità delle opinioni proposte.

Basta assistere a certi dialoghi su facebook o ad alcune trasmissioni. A volte sembra che abbia ragione chi grida di più, o chi la spara più grossa, o chi si accontenta del “dimmi quello che vuoi sentirti dire”.

Allora resta la scuola, visto che anche la famiglia ha perso il ruolo di dialogo e di testimonianza di verità.

Ma la verità che la scuola è chiamata a proporre, al di là delle differenze di materie, di metodi, di approcci, di docenti, non è soltanto un’opera, non è cioè solo un insieme di pensieri o fatti o nozioni, ma il lavorio per pensarli e produrli e comunicarli e condividerli e ripensarli.

Il docente/maestro, cioè il vero “maestro”, dunque, sa che non contano solo i risultati, i dati, i fatti, ma anzitutto le intenzioni ed i processi.

Di questi “maestri” abbiamo bisogno a scuola, di questi “maestri” vanno alla ricerca ogni giorno studenti, genitori, le espressioni della socialità. Come pure i presidi quando assegnano ai docenti le cattedre.
Di qualcuno, cioè, che non sia geloso del suo status e della sua “cultura” , ma che accetti di condividerla, lasciando persino scorgere quel “domandare” che è all’origine della sua scelta di vita e di pensiero, prima che professionale.

Perché non ci può essere dia-logo se non vi è comune domandare intorno ad un “logo”, ed un docente non è maestro se non è fatto di questa stoffa. Tutti chiediamo maestri che si lascino mettere in discussione. Un maestro che, in ragione di una coerenza con la “sua” verità, come atto di fedeltà, quella che crede di aver scoperto, si lascia di nuovo mettere in discussione, perché sa, o ha compreso, che la verità è criterio di se stessa. Un maestro, dunque, che non proponga o risolva questioni o situazione o quesiti, ma si faccia egli stesso questione.

Perché l’approdo dello studio, della ricerca, dell’approfondimento non è alla verità, ma in virtù della verità. La verità, cioè, come dicevano i classici, “passa per ogni dove”, vivificando e motivando la stessa ricerca. E nessun risultato o dato o fatto potrà pretendere di esaurirne la domanda. Nemmeno le varie indagini scientifiche. Tutte precarie, perché tutte costrette ad aprirsi all’oltre, che è il vero senso della cultura.

Come possiamo tradurre, a scuola come nella vita, questa consapevolezza della sua inesauribilità, come della responsabilità, oggetto e pretesa di conoscenza, di dimostriazione? Attraverso il domandare-ragione.
Attraverso il domandare, radice prima della cultura, ognuno, è dunque questione di se stesso e delle sue relazioni. Cuore pulsante, al di là di concorsi, contratti, strutture, risorse, del valore educativo e culturale della scuola.

Perché la scuola è non solo importante, ma determinante, per la vita dei ragazzi e del nostro tessuto sociale ed istituzionale?

Perché la scuola è l’unico momento e luogo di sperimentazione dialogica di costruzione del “sé”, personale e relazionale, non un “sé” quindi chiuso in se stesso, perché si fa capace di fondare e costruire socialità, equilibrio tra diversità, incontro di attitudini e talenti, disponibilità e solidarietà umana.