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Perché la scuola non piace agli studenti? Ripensare ad una nuova dimensione della professione docente

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Secondo uno studio dell’Oms tra gli undicenni solo il 26% delle femmine e il 17% dei maschi dichiarano che la scuola “piace un sacco”. Per i quindicenni le percentuali scendono rispettivamente al 10% e 8%.

Meno entusiasti degli studenti italiani sono solo estoni, greci e belgi, mentre al primo posto ci sono gli adolescenti armeni con il 68% (femmine) e il 48% (maschi). 

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Perché, si chiede Il Sussidiario, una quota così bassa di studenti è affezionata alla scuola?

Secondo il curatore della parte italiana dello studio, “la pressione esercitata sugli alunni non è un aspetto da sottovalutare, ed è molto probabilmente causata dalle richieste forse eccessive dei docenti, tarate sulla scuola e sui programmi di un tempo e meno sulle esigenze dei ragazzi che attraversano con l’adolescenza il periodo più lacerante e complesso della loro vita. L’altra relazione problematica è quella con la famiglia, che rimane ancora una componente troppo estranea, poco partecipe di ciò che avviene a scuola, entrando talvolta anche in conflitto con essa”.

Ne consegue che gli adolescenti possano vedersi inadeguati rispetto alle attese dei docenti e delle famiglie e ciò aumenti il loro disagio, col rischio di costi sociali che possono diventare elevati se non si corre ai ripari. 

 

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Per questo, sostiene l’esperto c’è urgente necessità di ripensare l’organizzazione degli spazi e della didattica in maniera più funzionale alle esigenze delle nuove generazioni. Bisogna smantellare l’atavica staticità delle classi ingabbiate da banchi disposti rigorosamente in file. Piuttosto bisognerebbe pensare a isole di apprendimento, dove gli studenti dovrebbero lavorare divisi in piccoli gruppi. Infatti, è risaputo che nelle discussioni di gruppo aumenta la capacità di apprendimento di circa il 50%, e addirittura dell’80% quando sono i compagni che diventano tutor aiutando gli altri ragazzi. 

Tutti gli strumenti della flessibilità didattica dovrebbero essere sperimentati in maniera continua. La scuola trasmissiva deve essere bandita definitivamente a favore della costruzione consapevole del sapere, del saper fare e del saper essere, dove l’insegnante assume un ruolo nuovo di mediatore e guida dell’apprendimento. E’ necessario quindi ripensare ad una nuova dimensione della professione docente, riqualificando chi è in servizio, in modo che sia competente nella gestione delle relazioni sociali e nella comunicazione efficace utilizzando al meglio le possibilità offerte dalle nuove tecnologie che le nuove generazioni utilizzano diffusamente. 

Ma serve anche e soprattutto la famiglia. Va ridefinito il rapporto che i genitori hanno con i docenti e la scuola stessa. I genitori stanno diventando ultra protettivi nei confronti dei figli, spesso oltre ogni ragionevolezza. Si sentono legittimati a contestare, con esposti e segnalazioni, anche le scelte didattiche dei docenti.  

Serve, continua il Sussidiario,  un rinnovato patto di corresponsabilità tra scuola e famiglia, dove ognuno si assuma le proprie responsabilità e riconosca quelle dell’altro senza invasioni di campo.

 Molto si può fare in maniera autonoma nelle diverse realtà territoriali, ma indubbiamente qualche strumento normativo innovativo sarebbe di grande aiuto. È importante guidare l’adolescente e aiutarlo ad esprimere al meglio le proprie angosce, ansie, ma anche insegnargli a incanalare in qualche attività l’energia travolgente che porta in sé. Chi lo deve fare? Gli adulti responsabili: i genitori, la scuola, la società.

Bisogna incoraggiare i nostri ragazzi al sacrificio e al lavoro riconoscendo e valorizzando le loro esperienze e i loro progressi. Occorre ridare senso e significato allo studio.