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Pio La Torre, interprete del suo tempo, comprese quali forze usare per combattere la mafia

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Dallo storico  prof Salvatore Distefano riceviamo una nota su Pio La Torre, del quale ricorre il 38° anniversario dell’uccisione

Il 30 aprile del 1982 venne ucciso a Palermo Pio La Torre, segretario regionale del PCI da meno di un anno, e il suo autista Rosario Di Salvo.Il mondo politico si inchinò con parole attonite e rispettose davanti al feretro del primo parlamentare della repubblica ucciso dalla mafia.

Sandro Pertini

Il presidente della repubblica Sandro Pertini volle rimarcare con la sua presenza a Palermo qualcosa di più forte di una semplice solidarietà. Ai funerali, ai quali presenziarono Berlinguer, Pecchioli, Colajanni, e tanti dirigenti nazionali del PCI, parteciparono migliaia di militanti, provenienti da tutta la Sicilia, e non solo quelli iscritti al Partito comunista, uniti quel giorno dal dolore grandissimo per la morte di un combattente e per l’oltraggio che gli venne procurato facendo parlare dal palco il presidente della regione Sicilia, l’andreottiano-limiano Mario D’Acquisto.

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Cosa Nostra all’opera

Si trattò di una brutale eliminazione decisa da Cosa Nostra, che non sopportava che il Partito comunista fosse tornato all’opposizione in modo coerente e che grazie a La Torre tornava a battersi con fermezza contro la mafia. Di più: il segretario regionale del PCI stava organizzando, insieme con altre forze politiche e diversi gruppi di base, un grande movimento di massa contro l’installazione dei missili americani a Comiso ed era riuscito a fare varare dal Parlamento una famosa legge idonea a rendere finalmente perseguibile come specifico reato l’associazione mafiosa e a colpire al cuore, nelle strutture finanziarie e nei patrimoni gli interessi dell’economia mafiosa.

Carlo Alberto dalla Chiesa

L’eliminazione di La Torre sembrava chiudere il cerchio, e questo affrettò una decisione governativa già presa, ma congelata, e alla quale lo stesso La Torre non era estraneo: affidare a una personalità di alto livello, come il generale Carlo Alberto dalla  Chiesa, profondo conoscitore degli apparati statali, la lotta al terrorismo mafioso, che era diventato ancor più feroce tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta: nel 1977 era stato ucciso il tenente colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo; il 9 maggio del ’78, a Cinisi, Peppino Impastato e poi nel ’79 il giornalista Mario Francese, il poliziotto Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova e la sua guardia del corpo, il maresciallo Lenin Mancuso. Certo, non era casuale questa offensiva criminale: essa rappresentava una fase di crescente destabilizzazione e insicurezza del sistema mafioso che finì per favorire oggettivamente la linea stragista dei corleonesi. La stessa DC aveva avviato con Zaccagnini un’opera di cambiamento, peraltro molto difficile e complessa, che provocò l’affermazione di nuovi leader, non tutti al servizio del rinnovamento.

Riina e le sue cosche

Sostiene lo storico Giuseppe Carlo Marino: “In una situazione del genere – nella quale la vecchia e isolata antimafia intellettuale e morale degli anni Sessanta, anche per effetto del panico e del raccapriccio provocato dai grandi delitti, si stava rapidamente espandendo e formando nella società un’area di protesta e di crescente iniziativa civile – Riina e i suoi dovettero non poco del loro contingente successo alla crescente sensazione, diffusasi nelle cosche, di un tradimento dei politici amici”.

Cominciò così l’eliminazione degli uomini della DC che avevano bisogno di una “lezione”: caddero in quel contesto Michele Reina (9 marzo’79), segretario regionale della DC, e Piersanti Mattarella (6 gennaio ’80), presidente della Regione. La morte di Mattarella, diventato da ultimo il volto pulito della DC, aprì la strada ad una drastica involuzione: nel partito democristiano presero il sopravvento andreottiani e fanfaniani, capaci di operare quella controsvolta che bloccherà qualsiasi forma di rinnovamento del partito democristiano.

L’attacco di Cosa Nostra alle istituzioni

Tra l’estate dell’Ottanta (omicidio del giudice Gaetano Costa, 6 agosto ’80)) e l’apertura del maxiprocesso (febbraio 1986), l’attacco di Cosa Nostra alle istituzioni e alla forze antimafiose sarà violentissimo, ma proprio per questo nascerà una nuova coscienza e consapevolezza dell’entità dello scontro, che vedrà in prima fila soprattutto i giovani.   Nacque, così, quella che è stata definita la “primavera di Palermo”, nella quale apparve un’altra Sicilia: quella di una forza civile di massa , che per affermarsi e svilupparsi sosteneva le istituzioni statali che si battevano contro il potere mafioso.

I missili di Comiso

Il 1982, macchiato dal sangue di La Torre e di dalla Chiesa, avrebbe segnato una svolta. Crebbe enormemente l’attenzione nazionale sulla questione della mafia – basti solo confrontare i dati sull’informazione -, una parte consistente della magistratura diventa sempre più determinata nel suo impegno contro Cosa Nostra; si allarga e si radica sul territorio un grande movimento antimafioso, seppure con una composizione sociale molto diversa da quella contadina degli anni Cinquanta, che affronta anche il tema della pace: lotta contro la mafia e lotta contro i missili a Comiso diventano un’unica lotta, che vede la presenza teorico-pratica sia dei gruppi della “Nuova Sinistra”, sia del Partito comunista e di altre forze e movimenti storicamente diversi dai movimenti collettivi nati tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Una novità storica per la Sicilia, ma soprattutto per la recente storia d’Italia e per quello che il Mediterraneo poteva diventare: non più un crocevia strategico statunitense (prima britannico), ma un mare di pace, di scambi tra culture, popoli, civiltà, economie.  Ma tutto ciò non piaceva ai mafiosi e ai settori stragisti atlantici, che appena dopo otto mesi dal ritorno in Sicilia di La Torre lo trucidarono.

La conoscenza della società siciliana

Pio La Torre trascorse, dunque, in Sicilia otto mesi e capì che la società era profondamente mutata rispetto a quella nella quale era cresciuto e aveva cominciato a lottare: fatta di muratori, braccianti, nuclei di operai, ai quali si contrapponevano proprietari fondiari, mafia agraria e poteri repressivi dello Stato. E diversa anche dagli anni ’60, gli anni del fallimento dell’industrializzazione e dei guasti profondi, politici e morali, del centro-sinistra, trascorsi a contrastare le divisioni del movimento operaio, l’indebolimento della sinistra di classe, l’avvento nelle città sempre più grandi di una nuova mafia urbana e feroce e in piena espansione.

Ma la Sicilia degli anni Ottanta è anche la Sicilia di Comiso, che nell’agosto del 1981 era stata indicata come base degli euromissili e che immediatamente diventò il punto di riferimento di un nuovo movimento per la pace, nel quale, pur con difficoltà, si univano culture e pratiche politiche diverse, anche se per molti aspetti provenivano da basi comuni. La prima grande manifestazione, l’11 ottobre del 1981, fece capire che si stava creando un movimento di massa organizzato con caratteri simili e al tempo stesso diversi da quelli del secondo dopoguerra (“partigiani della pace”).

A 38 anni della sua morte

La Torre fu tra coloro che capirono la novità e gettò un ponte tra passato e presente; comprese, peraltro, che con la stessa forza bisognava combattere la mafia, sempre più complesso criminale, economico, finanziario e politico, che rischiava di insidiare seriamente non solo la vita democratica dell’isola, ma la stessa democrazia italiana. E col sacrificio della sua vita ha mostrato a tutti noi quanto fosse importante l’impegno in questa direzione.

Oggi, trentotto anni dopo, bisogna raccogliere la sua eredità, lottando con la stessa coerenza, forza e tenacia, il sistema di potere dominante che avvolge nei suoi tentacoli la Sicilia e l’Italia intera.

Salvatore Distefano

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