Home Attualità Psicologo a scuola? No, grazie, basta il pedagogista. Così l’Apei

Psicologo a scuola? No, grazie, basta il pedagogista. Così l’Apei

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Il disagio giovanile procurato dall’isolamento sociale non è un fenomeno psicologico, bensì sociale dovuto alla carenza di interventi pedagogici preventivi, e la sempre più carente presenza nella scuola e nella società, della scienza pedagogica. Non possiamo oltremodo accettare che tecnici del mondo sanitario si occupino di educazione al posto dei pedagogisti e degli educatori professionali sociopedagogici, che vengono
formati dallo Stato con ben 42 corsi di studi universitari”. A muovere questa contestazione che mira a dire no alla figura dello psicologo a scuola l’Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani, APEI.

“Concordiamo con il ministro Bianchi quando ci dice di non clinicizzare e medicalizzare le problematiche di crescita giovanile – continua il presidente Apei, Alessandro Prisciandaro – per restare poi basiti dalla soluzione che il ministro trova nell’inserire la figura sbagliata, lo psicologo, che è una figura sanitaria formata per fare clinica e psicoterapia”.

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Il punto di vista dell’ordine degli psicologi

Un punto di vista in netta opposizione con quanto abbiamo discusso nel corso della diretta della Tecnica della Scuola Live con il presidente dell’ordine degli psicologi David Lazzari, il quale ci informa: “Nella popolazione generale c’è un malessere che è cresciuto tantissimo e che secondo molti studi incide sul 30% della popolazione, un numero altissimo – commenta – ma tra tutte le età, i dati dicono che a soffrire di più sono i ragazzi sotto i 18 o 20 anni“.

Come mai questa fascia risente di più del disagio?

“Le motivazioni sono molte ma è bene chiarire che nascono da prima della pandemia – precisa il presidente dell’ordine – perché gli allarmi sulla situazione dell’infanzia e dell’adolescenza li recepiamo da tempo; tuttavia la pandemia ha di certo amplificato questo disagio, anche perché i bambini sono spugne e hanno assorbito il disagio delle famiglie”.

“Il dato che la metà dei giovani vede il futuro con pessimismo, come qualcosa che sarà peggio del presente e del passato è un indicatore drammatico della loro condizione, perché la visione pessimistica dovrebbe far riflettere e fare adottare delle misure straordinarie ma anche delle misure strutturali per rispondere a un problema che non viene da ieri ma da più lontano”.

Peraltro in un recente studio (di cui abbiamo riferito) condotto su 80mila giovani, si è rilevato che la depressione e l’ansia dopo il Covid sono raddoppiate tra gli adolescenti.

Per ascoltare il presidente dell’ordine degli psicologi Lazzari, clicca sul video

Insomma, sul disagio psicologico si intervenga con la psicologia in maniera sistemica, secondo David Lazzari. Una considerazione che è anche alla base del protocollo stipulato tra il Ministero dell’Istruzione e l’ordine degli psicologi.

Al contrario, l’Apei propone una soluzione alle problematiche degli studenti che passi attraverso l’educazione e la pedagogia e che miri “alla ricostruzione dei rapporti sociali e delle relazioni solidali, perché proprio nei momenti come quello corrente, ci accorgiamo della inadeguatezza dei modelli individualistici fino ad ora assunti”.

“Ci si salva insieme – afferma il pedagogista -. L’educazione viene chiamata in causa per accompagnare globalmente la persona nel controllo delle proprie insicurezze, aiutandola ad affrontarle in modo personale e facendola partecipare a una rinnovata e concreta vita e cittadinanza”.

“Educare nel tempo della problematicità non significa solo aumentare il
senso di sicurezza, bensì significa far emergere la necessità di imparare a cambiare“.