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Riflessione serissima sul concorso di un docente abilitato

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Che gli esami non finiscono mai, mi era stato detto sin dalle scuole medie, me lo hanno confermato gli esami di maturità, ricordato gli esami universitari e, qualora mi fossi distratto un attimo, la scuola di specializzazione è stata lì pronta a mettermi davanti alla realtà. 
Passati un po’ di anni e divenuto insegnante, questa massima sembrava essere rimasta a livello metaforico e gli esami si erano trasformati nelle prove della vita o al massimo in quelli affrontati con i miei alunni. Ma oggi, “grazie” al concorso per docenti, gli esami tornano a prendere forma, a rendersi visibili con l’aspetto di uno di quei robot dei film che non muoiono mai anzi, dopo essere distrutti, quando meno te l’aspetti, rinascono più forti e insidiosi di prima. 
La vita, però, non è un film, non si può cambiare canale e così, all’improvviso, ritorniamo tutti studenti come se per alcune categorie come la nostra questa condizione non debba finire mai. Non è che io non voglia studiare, anzi posso dire di non aver mai perso il vizio dello studio, di averlo fatto – finiti gli esami – con ancor più piacere e dedizione per me e per gli alunni che mi sono stati affidati. Non ho mai voluto vivere di rendita, né essere ripetitivo a scuola, ho cercato tra i libri, le conferenze, gli aggiornamenti, il confronto il meglio per la mia crescita formativa, culturale, didattica e perché potessi spendermi con competenze sempre nuove in classe. 
Ma questo concorso che c’entra con tutto questo? Ho provato a farmene una ragione dando un’occhiata a qualche simulazione di test, visto che la prova preselettiva sarà improntata così; l’unico risultato è stato il chiedermi ulteriormente come 50 domande in 50 minuti, quel tipo di domande, possano avere a che fare con l’essere docente e educatore. 
Parlo spesso ai miei alunni della necessità di trovare il tempo per approfondire le cose che piacciono; cerco di fargli piacere quelle più ostiche, dedico tempo agli approfondimenti, li faccio scrivere persino poesie e racconti, articoli e saggi; tentiamo insieme di non ridurre lo studio ad un questionario a risposta multipla, al mettere delle crocette al posto giusto, perché in millenni di letteratura mondiale non esiste un’opera di valore che sia un quiz! Poi mi ritrovo anni di insegnamento e il mio futuro di docente affidato per il primo stadio (che può anche essere ultimo) ad una serie di domande che in alcuni casi sono più da settimana enigmistica, in altri da gioco televisivo. 
Un aspetto mi consola in questa situazione: ora potrò capire maggiormente i miei alunni quando si preparano per entrare all’università, sarò vicino a loro non solo a parole, magari chiederò loro una mano che di certo sono più avanti di me, mentalmente più elastici, fisicamente allenati, sarò loro discepolo e almeno troverò un senso. 

Marco Pappalardo

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