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Robot ed intelligenza artificiale, le competenze passano per la scuola

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Sempre più robot ed intelligenza artificiale nelle nostre vite, ma la domanda che sorge spontanea è: quale sarà il futuro del mondo del lavoro?

Quale sarà il futuro lavorativo degli studenti di adesso considerando che la metà dei lavori che ci saranno tra dieci anni ancora neanche si conoscono?

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Dovremo imparare a conviverci con questi robot o dovremo considerarli ladri di occupazione?

L’importanza della scuola per formare le nuove generazioni

Per vivere senza paura i robot e le nuove tecnologie, per non vederli come nemici, ma anzi complementari all’uomo occorre formare le persone, far crescere la cultura e il know how su questi aspetti e tutto questo lo si può fare partendo proprio dalla scuola.

Partiamo intanto con qualche numero utile per sfatare i primi tabù.

Da recenti ricerche emerge che in Europa nel prossimo decennio si perderanno causa robot solo il 10- 15% di posti di lavoro, non pochi sicuramente che verranno però sostituiti da nuovi posti di lavoro che nasceranno proprio grazie ai robot stessi.

Un aspetto importante da non sottovalutare è il fatto che i robot sostituiranno solo alcune tipologie di mansioni, ad esempio quelle particolarmente ripetitive o quelle pesanti e rischiose con enormi benefici in termini di riduzione degli incidenti sul lavoro.

Non dobbiamo avere paura dell’innovazione, ma al contrario va conosciuta, utilizzata bene per trarne i soli aspetti positivi. L’intelligenza artificiale ad esempio ha anche il potenziale per integrare e aumentare le capacità umane, portando a una maggiore produttività, maggiore domanda di manodopera e miglioramento della qualità del lavoro.

Pe questo motivo il mondo dell’innovazione va affrontato non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche dal punto di vista etico, sociale e medico.

Una delle ricette chiavi, dunque, è quella di far crescere le competenze digitali agli studenti, un percorso che andrebbe iniziato fin dalla scuola materna e che attraversi tutta la formazione scolastica, come se si insegnasse la nuova lingua della società digitale.

Quali sono le competenze richieste?

Imparare le competenze digitali è però necessario ma non sufficiente: infatti alcuni lavori che svolgiamo oggi verranno automatizzati, e non solo i lavori a basso contenuto cognitivo, ma molti lavori “intellettuali” stanno già subendo la “robotizzazione”. Pensiamo ad esempio all’ automazione robotica dei processi, dove robot software sono stati impiegati in amministrazione o finanza per eseguire attività ripetitive prima eseguite dagli esseri umani.

Quali sono quindi le competenze che ci permetteranno di svolgere i nuovi lavori del futuro che ancora non esistono? Uno studio del World Economic Forum ha mappato le competenze del futuro e ha indicato ai primi posti la capacità di imparare, la capacità di risolvere i problemi, la creatività, lo spirito di iniziativa e la leadership, e solo dal settimo posto in poi vengono menzionate le tecnologie intese come capacità di utilizzare e controllarle.

Quindi oltre alle competenze tecniche specifiche legate al mondo del digitale è di primissima importanza lo studio delle soft skills trasversali perché sono quelle che forniscono le capacità di gestire un mondo sempre più complesso e “fluido”.

Serve formazione “continua”

Un altro aspetto importante è la capacità e l’abitudine di imparare sempre competenze nuove perché l’obsolescenza tecnologica sarà sempre più rapida e i lavori che faremo cambieranno moltissimo nel tempo e noi dovremo continuare a imparare per poter svolgere i nuovi lavori che nasceranno. Quindi dobbiamo essere pronti all’ apprendimento continuo, una forma mentis che deve partire dalla scuola per le nuove generazioni e che invece noi adulti siamo “subendo”

 Ogni lavoro dovrebbe avere una parte importante e non residuale (come è oggi) dedicata alla formazione. Il tempo libero che guadagniamo con l’automatizzazione di alcune mansioni deve essere investito in formazione.

Nella pandemia siamo stato obbligati a imparare ad usare le tecnologie e a imparare cose nuove, dobbiamo continuare ad utilizzare questo approccio anche dopo il lockdown perché questo è il nuovo contesto in cui viviamo.

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