Home Attualità Se papà lavora e legge, la mamma stira: ed è bufera

Se papà lavora e legge, la mamma stira: ed è bufera

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“Mamma cucina e stira”, “papà lavora e legge”. E’ il contenuto del testo di un esercizio di grammatica su un libro di seconda elementare che ha scatenato la bufera sui social. Nella pagina incriminata, postata da una mamma incredula, si chiede ai bambini di scegliere il verbo sbagliato per il soggetto indicato. Per la “mamma” si chiede di scegliere tra “cucina”, “stira” e “tramonta”, mentre per il papà le opzioni sono “lavora”, “legge” e “gracida”.

“Da non credere”, scrive l’autrice del post che in poco tempo ha fatto il giro del web.

Inevitabile la ridda di polemiche. “Cose dell’altro mondo”, scrivono gran parte degli utenti additando il libro come “ottocentesco”.

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Ma c’è anche chi difende il testo definendo la polemica “inutile e senza alcun senso”.

Polemica sterile?

E invece ha senso, perché su questa materia, e dunque sulla differenza di genere e di lavoro a casa, già da tempo i pedagogisti si sono espressi, mentre anche in un prezioso libro di  Irene Biemmi,  Educazione sessista.  Stereotipi  di genere  nei  libri delle elementari, viene  definito in modo netto che in molti testi di lettura per le classi delle scuole primarie è dato per scontato che il papà fa professioni finalizzati a portare i soldi a casa, sul tipo avvocato, ingegnere, medico, mentre la mamma o fa la casalinga o l’infermiera o bene che vada la maestra. Per l’autrice infatti libri di testo “evidenziano una sostanziale invisibilità di personaggi femminili (scarsi e con ruoli marginali) e una netta  differenziazione  nelle attività  (maschi  attivi, indipendenti  e  avventurosi, primeggianti in tutto tranne che nelle faccende domestiche; femmine sensibili, tranquille ed educate)”.

Stereotipi sessisti

Stereotipi  sessisti  confermati nei lavori  successivi e, più  recentemente,  dal lavoro  di  Biemmi, che  analizza testi rilevando, tra le altre, differenze significative nel genere dei  personaggi  protagonisti (le  femmine  sono in  numero  ridotto), nei  ruoli professionali  (alle donne  sono  assegnati quasi  esclusivamente  cura, insegnamento  e faccende  domestiche), nello  spazio  agito (le  figure  femminili operano  quasi esclusivamente al chiuso) delle professioni.

Dunque una differenziazione assurda nel terzo millennio, ma che tende ancora, come avveniva appunto nell’ottocento, e in modo particolare durante il fascismo, a relegare le mamme nei lavori domestici o fra i fornelli e il padre come fonte di reddito e quindi di lavoro qualificato.