Home Alunni Studenti, vacanze, lavoro e formazione

Studenti, vacanze, lavoro e formazione

CONDIVIDI

Nel ciclone delle polemiche sulla Buona Scuola, mi pare che, a volte, si perda di vista la stella polare che dovrebbe accompagnare ogni riflessione, proposta, analisi critica.

Parlo della centralità dello studente ed il ripensamento del “servizio pubblico” scolastico non più in termini autoreferenti, ma in ragione di quella centralità.

Icotea

Il salto qualitativo che viene richiesto si chiama “etica della responsabilità”, comprensivo, ovviamente, di una “cultura dei risultati” e di una valutazione non solo all’inizio, ma soprattutto in itinere, della qualità del nostro “servizio”.

In ragione di questa nuova prospettiva, proviamo a rileggere la battuta del ministro Poletti, ripresa anche pochi giorni fa, sulle troppe vacanze degli studenti.

In poche parole, fa ancora molta fatica, nel mondo della scuola, a farsi strada la convinzione che il lavoro sia di per se stesso formativo. Non quindi un luogo lontano dalla vita reale dei nostri ragazzi, come purtroppo ancora oggi viene percepito.

Anche la recente polemica sulla battuta del ministro Poletti, è stata letta, da molti commentatori, in termini negativi. Mentre, a ben vedere, auspicava solamente un più stretto raccordo tra questi due mondi, per dare una mano concreta ai giovani di oggi, in termini di orientamento e di motivazioni alle loro scelte future.

Ancora troppo pochi ragazzi, alle superiori, fanno ad esempio esperienza di alternanza scuola-lavoro, in tutto solo il 9%. Mentre dovrebbe diventare ordinaria amministrazione. Il disegno di legge sulla Buona Scuola prevede 400 ore, per le classi terze e quarte, per i tecnici e professionali e solo 200 per i licei. E’ già un passo in avanti.

Ma l’alternanza, come già oggi, va prevista lungo l’intero anno scolastico, mentre durante l’estate possono essere attivati gli stage all’interno delle varie realtà del mondo del lavoro, con precisi protocolli e garanzie. Anche se, lo sappiamo, molti ragazzi e famiglie preferiscono i “lavoretti”, come esperienza personale.

E il diritto alle vacanze, come tempi di maggiore stimolo e libertà per i nostri ragazzi? Le vacanze, è giusto dirlo, fanno sempre bene, a tutti. Il problema è che, per i nostri ragazzi, non siano solo vacanze.

Questo tempo va, cioè valorizzato in più modi, compresa la domanda di esperienze orientative che spingano gli stessi ragazzi e le famiglie alla riflessione sulle loro scelte, opportunità, speranze. Questo il senso della battuta di Poletti, non da tutti compreso.

Cosa fanno le migliori scuole per dare una mano ai ragazzi? Da anni organizzano stage estivi. Nella mia scuola, propongo da anni questa esperienza agli studenti delle classi terze e quarte, comunque sempre dopo i 16 anni.

Su 800 studenti delle 32 classi terze e quarte, lo scorso anno hanno aderito in 160, quest’anno le adesioni sono 255. Una bella percentuale. Renderlo obbligatorio a tutti? Non so se l’auspicio di Poletti fosse in questo senso, ma una riflessione meriterebbe uno spazio di confronto aggiuntivo, che comprenda anche la rivisitazione del calendario scolastico, dei programmi e dei percorsi curricolari.

Ma c’è un altro dato che dovrebbe far riflettere.

Tanto per capirci, non molti conoscono i dati Alma Laurea, con il 50% di laureati che ammettono di avere sbagliato scelta delle scuole superiori e universitarie. Se poi diamo un’occhiata alle tante statistiche sulla disoccupazione giovanile, sul mancato raccordo tra tipologie di laurea e richieste del mondo del lavoro, dovremmo guardare, invece, positivamente a tutte quelle opportunità che possono aiutare e orientare, nel concreto, le scelte dei nostri ragazzi e delle loro famiglie.

Vista la gravità della situazione, un bagno di realtà non credo perciò faccia male a nessuno.

La battuta di Poletti, in sintesi, non può andar bruciata, come notizia tra le tante, nella comune indifferenza. Perché porta e impone una particolare attenzione al tema dei temi della vita di oggi, il lavoro. Le leggi cioè possono servire, ma, alla fine, lo sappiamo: il lavoro non si crea per decreto, nemmeno con manifestazioni piene di slogan (“diritti, diritti”).