Home I lettori ci scrivono Sulla riforma del sostegno non solo correttivi, necessita un nuovo paradigma

Sulla riforma del sostegno non solo correttivi, necessita un nuovo paradigma

CONDIVIDI

Leggendo le ultime notizie in merito alla delega sul nuovo assetto che il governo vuole dare alla funzione del docente di sostegno, ci sembra il caso di fare alcune riflessioni anche alla luce del fatto che lo stesso sotto segretario Faraone ha chiesto la collaborazione degli stessi docenti di sostegno e delle famiglie.

Ecco in pillole quanto dichiarato dal Ministro e da Faraone in particolare:
· Occorreranno 5 anni di università e un corso di specializzazione (della durata di un anno per le medie e superiori) per il sostegno.
· “scelta professionale univoca” e “inquadramento dei docenti in appositi ruoli”
· “maggiore specializzazione sulla patologia”, caricandosi di alcuni compiti degli educatori, magari con competenze anche di diagnosi e certificazioni sul grado di disabilità (che attualmente spettano alle Asl)
· per garantire la “continuità” ci sono due ipotesi sul tavolo: raddoppiare l’obbligo di permanenza sul sostegno da 5 anni (soglia attuale) a 10 anni, o vincolare il passaggio sulla materia al superamento di un apposito concorso.

Icotea

Partiamo dall’attuale sistema di formazione. In questo, da docenti di sostegno – dice Altadonna – non possiamo che convenire che l’attuale sistema di formazione dei docenti specializzati risulta non coerente con le esigenze e carente dal punto di vista dei contenuti.

Per fare solo un esempio – prosegue l’insegnante – ; si consideri che gli specializzati tramite SFP e SISS pur avendo una specializzazione polivalente (che gli permette, cioè, di insegnare su qualsiasi patologia) non hanno nel proprio percorso di studi alcuna disciplina che riguardi la LIS né tanto meno il Braille, ciò pone con evidenza la questione di una maggiore cura dei programmi didattici che a sua volta realizzano una maggiore attenzione nei confronti degli alunni non udenti e non vedenti, nella fattispecie. Immaginiamo quindi la frustrazione che un docente ed il rispettivo alunno possono avere avuto nel trovarsi ad interagire senza la possibilità dei fondamentali ausili.

Ecco perché in riferimento alla “maggiore specializzazione sulla patologia” crediamo – continua Altadonna – sia utile istituire un percorso di studi interfacoltà tra Scienze della Fromazione ( nel caso della scuola dell’infanzia e primaria) e Medicina e tra quest’ultima e le facoltà che prevedono l’insegnamento per tutte le altre classi di concorso (per le scuole medie inferiori e quelle superiori).

Entrando nel merito degli altri argomenti solleviamo i seguenti dubbi:
Continuità: ci sembra assurdo sentir parlare di continuità da un governo che a seguito della mobilità straordinaria prevista per l’anno 2015/2016 si appresta, dopo decine di anni, a perseguire ancora una volta la strada della discontinuità senza sanare l’annosa questione settentrionale della mancanza di docenti. Inoltre non comprendiamo perché la continuità debba essere riferita ai docenti e non agli alunni. Con questo auspichiamo che i passaggi di ruolo possano avvenire a fine di ogni ciclo.

Il docente seguirebbe il proprio alunno per un intero ciclo, decidendo al termine dello stesso se permanere su sostegno o cambiare per la propria classe di concorso. Ma questo non è l’unico esempio di visione focalizzata sul docente e non sull’alunno, esistono circostanze ancor più lesive del diritto allo studio ed all’integrazione degli alunni disabili che chiariremo più avanti.

Per quanto riguarda il vincolo del passaggio di materia a seguito di apposito concorso crediamo che ciò sia possibile solo mettendo mano all’impianto generale della funzione docente ed alla rispettiva contrattazione.
A questo punto il nostro dissenso – dichiara Altadonna – non è tanto sui correttivi che il Governo vuole attivare ma è sull’assenza di un nuovo modello di riferimento nella visione complessiva del docente specializzato, ma ancor prima dell’alunno disabile che nelle proposte fatte dal Ministero non ci sembra che rafforzi la sua centralità ma mantiene sempre un ruolo di subordine, secondo la visione appunto del MIUR, nei confronti del docente e delle sue prerogative.

Ecco la nostra proposta di un nuovo paradigma.
L’assunto dal quale nessuno, speriamo, intende discostarsi è il seguente: Per il grado di civiltà e di umana consapevolezza che lo STATO italiano ha raggiunto, i temi dell’integrazione e dell’educazione non possono fare a meno di prevedere come centrale il soggetto e non il sistema nel quale lo stesso soggetto è inserito. Il sistema resta, quindi, lo strumento tramite il quale il soggetto viene riconosciuto come centro focale.
Ciò detto, durante gli anni di servizio ci siamo resi conto di qualcosa che è banale quanto necessaria da tenere in considerazione, ovvero, a parità di diagnosi ogni alunno è differente dall’altro.
Per similitudine rispetto ai compagni “normodotati” il sistema educativo deve quindi prevedere, a cominciare dal Tempo Scuola la stessa centralità.

Un esempio su tutti; il numero di ore massimo, detto rapporto 1/1, che vengono concesse agli alunni disabili “gravi o gravissimi” non rispecchia il diritto allo studio e all’integrazione dell’alunno ma viene tarato sul monte ore massimo riferito al CCNL del docente.

Con questo esempio crediamo di avere individuato il primo punto nodale e cioè la scuola, in atto, non è a misura di disabile ma è il disabile a dimensionarsi ad essa.
Secondo punto basilare sul quale, a nostro avviso, bisogna creare la sinergia tra il bene dell’alunno e quello del docente/professionista parte da un assunto: il docente, per la sua stessa esistenza, necessita del rapporto con un discente al fine di realizzare pienamente la facoltà di educare (ex-ducere).
Nel complesso spettro delle patologie definite dall’OMS disabilità ne esistono diverse che coinvolgendo in tutto o in parte le funzioni cerebrali non “consentono apprendimento”.

E’ il caso delle Gravi cerebrolesioni acquisite che hanno nella nostra area un’incidenza pari a 150-300 nuovi casi annui ogni 100.000 abitanti (ovvero nel caso della popolazione italiana tra 90 e 180 mila abitanti).
Cosa vogliamo dimostrare?

Che la logica di più ore di insegnamento di sostegno agli alunni più gravi e meno ai più lievi non ha alcun senso se si parla di docenza.

Ciò è supportato dal fatto che la legge 140/92 prevede, tra le altre, figure diverse come l’assistente all’autonomia e l’assistente alla comunicazione.
Un esempio pratico a supporto del nostro assunto. Se un alunno con disturbo lieve dell’apprendimento potesse fruire del massimo delle ore (rapporto 1/1) avrebbe più possibilità di ridurre il gap tra i propri livelli di apprendimento e quelli dei suoi compagni “normo-dotati”, il che vuol dire che vi è un rapporto di diretta proporzionalità tra numero di ore ed obiettivi e quindi grado di integrazione. Viceversa il gap di apprendimento e di conseguenza l’integrazione non hanno nei soggetti “gravi” stesso rapporto di diretta proporzionalità.
Questi alcuni degli spunti che speriamo possano essere condivisi e risultare interessanti a chi in questi giorni dovrà lavorare su questo specifico argomento di delega.
Se così fosse ci rendiamo disponibili ad approfondire nelle sedi istituzionali quanto in sintesi espresso con la presente.