Home Attualità Tra DaD, burocrazia e certificati vaccinali, cosa resta dell’ora di lezione?

Tra DaD, burocrazia e certificati vaccinali, cosa resta dell’ora di lezione?

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«La didattica mista è la peggiore didattica di sempre, dal punto di vista dello stress emotivo e professionale, ed è del tutto inefficace». Parola di Dirigente Scolastica (Laura Biancato, recentemente intervistata da La Tecnica della Scuola). D’altronde, se consideriamo cosa resta dell’ora di lezione da quando è cominciata la tragicommedia della “Didattica a Distanza” — o, secondo molti, “distanza dalla didattica” — inadeguatezza, stress, sovraffaticamento, superlavoro sono gli effetti più evidenti del modo in cui la Scuola è stata gestita nell’emergenza pandemica (iniziata quasi due anni or sono). Una fatica di Sisifo che si somma ai 30 alunni per classe (che il Governo non ha diminuito), alle cattedre spezzettate dalla “riforma Gelmini” del 2008 (mai abolita), alla cronica mancanza di sicurezza degli edifici scolastici (in massima parte non a norma), agli orari ritardati per diluire l’affluenza degli studenti nei mezzi pubblici (che il Governo non ha potenziato), al freddo delle aule con porte e finestre aperte in pieno inverno (perché mancano aeratori anti-CoViD), alla necessità di controllare militarescamente gli alunni persino a ricreazione perché non si “assembrino”; e via enumerando.

Una sequela infinita d’incombenze burocratiche, tecniche, informatiche…

Gli insegnanti conoscono bene il problema. Non lo capisce invece chi non insegna: non può immaginare ciò che la gestione scolastica della pandemia ha generato nella vita quotidiana di docenti e studenti d’ogni ordine e grado.

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In ogni ora di lezione, ciascun docente perde minuti preziosi per entrare nel proprio registro elettronico con computer vecchi e connessione lenta; ogni errore nel digitare le password costa altro tempo, mentre gli alunni in aula aspettano, chiacchierano, rumoreggiano. Altri minuti li ruba l’appello (ripetuto ogni ora per gli alunni in DaD, specie se in DaD è l’intera classe). Ancora minuti e minuti per controllare le giustificazioni: in molte scuole si pretende che i docenti controllino persino certificati medici e vaccinali, date delle vaccinazioni, Green Pass. Compiti che hanno a che fare con la funzione docente come i sottaceti con la nutella, e che vengono indebitamente appioppati ai docenti col pretesto che le segreterie hanno poco personale. Poco importa, evidentemente, che a farne le spese sia l’insegnamento.

…e la didattica?

Minuti si perdono per entrare nei siti web dei libri di testo adottati, digitando (a memoria) altre password. Altri minuti ancora (con ennesime password) per attivare il collegamento con gli allievi in DaD. Poi bisogna scrivere sul registro elettronico gli argomenti trattati nelle lezioni e i compiti assegnati. La lezione comincia, se va tutto bene, 15-20 minuti dopo la campanella d’inizio. Già stanchi. Davanti al docente due terzi della classe, gli altri nello schermo del computer, come francobolli in memoriam, a tentar d’imparare quel che possono mediante la potente e futuristica tecnologia (da tanti esaltata come salvatrice della Patria nel marzo 2020, a scuole chiuse).
Eppure, rassegnati al peggio, gli insegnanti sono ormai avvezzi a obbedir tacendo e tacendo eseguir.

I docenti soffrono, i discenti non imparano

Grandi i disagi per gli alunni, e inversamente proporzionali alla loro età. Danni evidenti però anche nelle scuole secondarie di secondo grado (le “superiori”), stante la maggiore attenzione che in questo segmento dell’istruzione va attribuita all’apprendimento dei contenuti, alle capacità da acquisire, allo sviluppo del pensiero critico: obiettivi e finalità che richiedono tempi distesi, rapporti umani rilassati e cordiali, pause regolari e continuo riscontro dell’efficacia della comunicazione didattica; soprattutto se si considera l’età dei discenti (dai 14 ai 19 anni), particolarmente delicata dal punto di vista psichico. Un errore di comunicazione, ancorché ingenuo e involontario, può aver conseguenze incalcolabili su ragazzi di questa età.

Investire sulla Scuola frutterebbe progresso sociale

I docenti, quindi, andrebbero messi nelle condizioni migliori: pochi alunni, tempi e pause tali da permettere atmosfere rilassate e serene, poche incombenze burocratiche (e solo se strettamente necessarie alla funzione docente). Il che, certo, costerebbe; con ritorni sull’efficacia della Scuola, e quindi sulla società tutta. Ogni centesimo risparmiato sulla Scuola costa a tutti noi molti euro spesi per contrastare disagio sociale, delinquenza, tossicodipendenze, devianze, malattie, intolleranza, razzismo, maschilismo, violenza, stupidità. Sono questi i lussi che non possiamo permetterci: il vero spreco è conciare la Scuola come è conciata attualmente.

La Scuola interessa davvero agli Italiani?

Ma gli Italiani sono consapevoli delle difficoltà dei docenti e dell’importanza della preparazione dei propri figli? Un’inchiesta di Altroconsumo, pubblicata il 10 gennaio 2022, rivela: «il 42% degli insegnanti sostiene che la preparazione degli studenti all’inizio dell’anno era insufficiente», ma su questo solo il 19% dei genitori è d’accordo (sebbene il 60% di essi sia stato informato dai docenti dell’impreparazione dei figli). Solo il 22% dei docenti prevede un possibile recupero degli alunni insufficienti entro fine anno scolastico, contro il 41% dei genitori. Insomma, per moltissimi genitori va bene così?

Diciamoci la verità: se tanti cittadini non fanno nemmeno caso alla situazione grave cui la Scuola è attualmente condannata, come si può sperare che il potere politico decida d’invertire la rotta? Come possiamo augurarci che la politica metta realmente la Scuola al primo posto, se della Scuola solo pochi si interessano davvero?