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Rientro a scuola, ogni giorno 11 milioni di mascherine usa e getta: monta la polemica

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In vista della riapertura delle scuole italiane un altro tra i tanti problemi, che ci si troverà ad affrontare, sta sorgendo proprio in questi giorni.

Si tratta della distribuzione e del successivo smaltimento degli 11 milioni di mascherine usa e getta al giorno, che già dallo scorso 27 agosto il Ministero dell’Istruzione, tramite la struttura del Commissario Straordinario per l’emergenza COVID, ha attivato.

Il Ministero specifica nel comunicato stampa successivo alla nota dello scorso 11 settembre, che la fornitura di mascherine viene effettuata, a cura della struttura commissariale, per tutto il personale scolastico e per tutti gli studenti e che la distribuzione avviene con cadenza settimanale o bisettimanale, in relazione al numero di alunni e di personale scolastico presenti in ciascuna istituzione scolastica.
​​Ciascuna istituzione scolastica riceve, dunque, il quantitativo necessario a garantire la copertura del fabbisogno giornaliero di ciascun alunno e di tutto il personale scolastico e le consegne saranno effettuate presso la sede principale dell’istituzione scolastica in precise fasce orarie

Le proteste per alternative all’usa e getta

Sono in molti a fare sentire la loro voce di protesta contro questa invasione di materiali usa e getta, che sarà poi difficile smaltire.

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Tra i primi a mostrare la propria preoccupazione sono stati i rappresentanti dell’organizzazione ambientalista Zero Waste Italy, che lo scorso 3 settembre hanno scritto una lettera direttamente al premier Conte, sottolineando come se da un lato che la scuola si faccia carico della salute, prevedendo la consegna e il ritiro delle mascherine, sia saggio e sicuro, ma,  si legge ancora nella lettera di Zero Waste, che la scuola venga inondata da 11 milioni giornalieri di mascherine monouso è inquinante, diseducativo, contemplando migliaia di tonnellate di rifiuti indifferenziati in più. 

La soluzione proposta dagli ambientalisti è quella di utilizzare mascherine come quelle prodotte secondo i termini del “green deal”.
Esiste già un protocollo di intesa con una cooperativa bolognese, Eta Beta (https://www.etabeta.coop/), pronta alla distribuzione di mascherine riciclabili e a condividere con altri il proprio know how.

Non c’è solo Zero Waste a protestare. L’altra voce che si è fatta sentire è quella di Sergio Venturi, ex commissario all’emergenza sanitaria dell’Emilia-Romagna che ha detto in un’intervista dello scorso 9 settembre al Resto del Carlino le scuole non sono ospedali, secondo me c’era modo di usare altri tipi di maschere. Ad esempio, si poteva fare come le squadre di calcio, che hanno le loro mascherine brandizzate. Le mascherine di tessuto avrebbero avuto la stessa efficacia in termini di protezione ma un impatto ambientale decisamente inferiore, soprattutto guardando al mondo post-epidemia.

Alle parole di Venturi fa eco anche la dichiarazione all’Adnkronos di Stefano Vignaroli della commissione Ecomafia, che dice la scelta di dare agli studenti mascherine monouso è sbagliata su tutta la linea e va rivista. Con 11 milioni di mascherine chirurgiche al giorno per gli studenti, le scuole sforneranno quotidianamente 44 tonnellate di rifiuti da incenerireQuesti rifiuti si andranno a sommare alle 100mila tonnellate già contate, legate allo smaltimento delle mascherine e altri materiali usa e getta correlati al Covid -19. Un’idea è quella, secondo Vignaroli, è quella delle “mascherine di comunità”.

Si fanno sentire anche il presidente di Legambiente Stefano Ciafani e il direttore generale Giorgio Zampetti, che hanno dichiarato che ci sono in circolazione mascherine riutilizzabili certificate dal ministero della Salute che sono uguali alle mascherine chirurgiche usa e getta

Da qui la proposta fatta al Cts e al commissario Arcuri di non fornire undici milioni al giorno di mascherine monouso ma mascherine riutilizzabili certificate, con relative istruzioni su come lavare e stirare questi dispositivi.

Questo anche considerando che molte aziende italiane hanno riconvertito le proprie produzioni per le mascherine certificate, scegliendo le quali è possibile anche sostenere seppure in parte la riprese economica.

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